Riceviamo e pubblichiamo:
Questa relazione ha il fine di far conoscere la storia dei demani di Troina. Buona parte di questa storia è nota, grazie al prezioso contributo scritto nel 1988 dal professore Franco Amata, docente di storia, ex sindaco di Troina. Io ho solo ripreso tutti i miei appunti di lavori sul tema raccolti nella mia lunghissima professione di geometra durata più di mezzo secolo. Tengo a precisare, inoltre, per onestà intellettuale, che alcune vicende le ho interamente trascritte da vecchie relazioni in mio possesso per motivi professionali e da notizie riprese dal web. Ho completato questo lavoro in occasione dell’inaugurazione della caserma-rifugio del Sambuchello, ristrutturata, con destinazione d’uso georesort, che si terrà a giorni, il 9 agosto. L’edificio venne costruito nel periodo fascista, tra il 1935 e il 1940, per offrire riparo agli agenti del corpo forestale impegnati a sorvegliare gli incendi, il pascolo abusivo e contrastare il taglio abusivo del legname. La caserma comprendeva uffici, ricovero, mensa e fabbricati di servizio. Comprendeva anche uno stazzo, a forma circolare, tutta in pietra, dove venivano rinchiusi gli animali catturati e sequestrati per pascolo abusivo.
I demani ex feudali
Prima di soffermarmi sulla storia dei boschi di Troina e del demanio universale del comune di Troina, terre site intorno all’abitato, vorrei per sommi capi rievocare la storia dei “Demani ex feudali”.
Sono terre che anticamente appartenevano a un feudatario (feudo nobile) e che, in seguito all’eversione della feudalità (abolizione del sistema feudale avvenuta nei primi anni dell’Ottocento), vennero in parte assegnate ai cittadini residenti e in parte destinate a uso collettivo, rimanendo gravate da usi civici. La trasformazione dei feudi in demanio civico è avvenuta attraverso un lungo processo storico, culminato con le leggi eversive della feudalità (1806-1808) nel regno di Napoli e le successive riforme unitarie. Questo passaggio è avvenuto in tappe diverse:
-Nei feudi, i signori concedevano alle comunità rurali diritti limitati di godimento (usi civici) come pascolo, raccolta legna (legnatico) o semina, mantenendo il dominio eminente sulle terre.
-Con l’abolizione del sistema feudale, le terre vennero divise: parte rimase ai baroni come proprietà privata, parte venne assegnata ai Comuni per costituire i demani civici, gravati dal vincolo di uso collettivo per i cittadini.
-Tramite la legge n.1766 del 1927, lo stato italiano ha riordinato la materia. I terreni agricoli sono stati spesso assegnati in piena proprietà ai contadini tramite procedimento di affrancazione, mentre le terre a uso boschivo e pascolivo sono state mantenute come demanio civico, gestito dagli enti locali per preservare il patrimonio collettivo.
La storia del feudalesimo a Troina, strettamente legata alla gestione dei suoi estesi boschi nel cuore dei Nebrodi, è uno degli esempi più affascinanti di come un antico diritto feudale si sia trasformato nel tempo in demanio ex feudale e uso civico, fino a diventare un simbolo contemporaneo di legalità.
Questo territorio non venne dato in proprietà assoluta, ma rimase legato a una concezione feudale: la terra apparteneva formalmente al sovrano o ai corpi ecclesiastici (come la neonata Diocesi di Troina) ma i cittadini ricevevano il diritto perpetuo di esercitarvi gli usi civici. Raccogliere legna per riscaldarsi, produrre carbone, raccogliere ghiande e portare gli animali al pascolo diventarono risorse vitali per la sussistenza della comunità.
Nel corso dei secoli, il sistema feudale siciliano si consolidò e ampie porzioni di queste foreste passarono sotto il controllo o la rivendicazione di potenti famiglie baronali e latifondisti. Come accadeva nel resto dell’isola, i baroni tentarono progressivamente di “recintare” le terre e limitare l’accesso ai contadini. Usando milizie private e sgherri, i nobili cercarono di trasformare i demani universali (terre comuni) in loro feudi esclusivi, negando ai popolani l’esercizio dei diritti d’uso storico. La comunità di Troina difese strenuamente le proprie prerogative legali in lunghissime dispute giuridiche e storiche, che si sono concluse nel 1937. Più avanti preciseremo quello che è avvenuto.
La feudalità in Sicilia fu abolita nel 1812 dal primo parlamento costituzionale siciliano. Il sistema feudale in Sicilia era stato introdotto nell’XI secolo, durante la dominazione normanna. Nel XIX secolo, la spinta riformatrice e le pressioni della corona britannica (rappresentata da Lord William Bentinck) costrinsero l’aristocrazia terriera a cedere alle richieste di modernizzazione. Le terre feudali furono convertite in proprietà private libere dai vincoli di soggezione signorile. Sebbene i privilegi feudali fossero stati cancellati, a livello economico i baroni mantenevano intatto il controllo su vasti latifondi, trasformandosi da signori feudali a grandi proprietari. La legge avrebbe dovuto ripartire le terre assegnando quote ai contadini e liberandoli dai gravami nobiliari. In realtà, l’élite dei vecchi baroni e la nuova borghesia agraria (i galantuomini) riuscirono a impossessarsi della maggior parte dei terreni migliori. I contadini di Troina vennero progressivamente privati del legnatico e dei pascoli gratuiti. Questa sproporzione accumulò una tensione sociale enorme che esplose il 18 febbraio 1898 in una violentissima rivolta contadina. Centinaia di uomini e donne scesero in piazza contro la fame, la carestia e i soprusi legati alla gestione delle risorse pubbliche e boschive, scontrandosi duramente con le forze dell’ordine.
La storia dei boschi demaniali di Troina
Troina divenne proprietaria dei boschi tramite una munifica donazione del Conte Ruggero alla città di Troina nell’XI secolo. La leggenda racconta che un mugnaio riforniva il castrum di farina destinata ai saraceni, utilizzando il proprio cane: l’abbaiare dell’animale fungeva da segnale di riconoscimento per farsi aprire la porta delle mura dai saraceni. Il mugnaio decise di tradire gli arabi, svelando il codice ai Normanni e permettendo loro l’accesso al baglio del castello. Il Conte, per ringraziare i troinesi per averlo aiutato a cacciare dalla roccaforte i Saraceni, donò i boschi. Le leggende che raccontano e circondano il Gran Conte Ruggero d’Altavilla sulla presa di Troina sono più d’una. Eccone una seconda. Durante uno dei difficili assalti per strappare Troina ai saraceni, trovandosi il Gran Conte in inferiorità numerica, ordinò ai suoi uomini di radunare un gran gregge di capre e di legare lanterne accese alle loro corna. Di notte fece spingere il gregge lungo il versante meridionale del monte, accompagnate dal suono fragoroso di tamburi e trombe. I difensori arabi, convinti che l’intero esercito normanno stesse sferrando l’attacco da quel lato, concentrarono lì le loro forze. Ruggero e i suoi cavalieri poterono così arrampicarsi indisturbati dal lato opposto, penetrando nel castello e conquistandolo.
Gli abitanti di Troina, in virtù di detta donazione, esercitavano sui boschi, per tutto l’anno, i seguenti diritti di uso civico:
1-incidere legna verde per uso di casa, botti, armo e utensili di masseria;
2-far carbone di legno morto e fruttifero;
3-raccogliere ghiande;
4-calcinare;
5-pascolare;
6-seminare;
7-cacceggiare.
Tali diritti si esercitavano a titolo di proprietà. Però ogni contratto include sempre riserve di diritti da rispettare, in questo caso a favore della Reale Corte. I diritti consistevano in proventi come la locazione di erba e ghiande per tre mesi all’anno, in promiscuità coi singoli di Troina. Per concessione fatta dei detti diritti riservati da Re Federico II, nell’anno 1325, a tale Peregrino de Pactis, in soddisfazione di onze 50 annue, assegnategli per i servizi prestati alla Corona, questi diritti pervennero attraverso il casato dei Scaletta-Marchese ai principi di Paternò. Questi principi, invece di limitarsi alla riscossione delle 50 onze, fecero valere la loro forza nobiliare per accaparrarsi la proprietà dei boschi. I vari Principi di Paternò, che si succedettero, cercarono d’impedire in tutti i modi il pacifico esercizio dei diritti dei cittadini di Troina. I Principi non si limitarono più alla riscossione delle 50 onze, ma si “allargarono” a tutto ciò che la prepotente ingordigia dei vari signorotti potevano trarre dalle foreste stesse.
I boschi furono amministrati, per diversi diritti d’uso, dal comune di Troina, finché non sopravvennero leggi che istituirono il diritto dello scioglimento dei diritti promiscui. Fu allora che gli amministratori del comune di Troina (che fino ad allora aveva sempre cercato di opporsi alla dilagante ingordigia e alla potenza dei Principi di Paternò) stanchi per una secolare lotta sostenuta per la difesa dei propri diritti e probabilmente non bene a conoscenza di quei diritti, chiesero – sbagliando – il 22 marzo 1828 lo scioglimento della promiscuità degli usi dei singoli sulle proprietà forestali dell’estinto Principe di Paternò. Il magistrato, cavaliere Gioacchino La Lumia, consigliere della Suprema Corte di Giustizia, fece valutare gli usi dei singoli troinesi, usi che furono valutati in onze 118.272. Due terze parti, corrispondenti a onze 78.848, si attribuirono al comune di Troina e onze 39.424 in libera e assoluta proprietà agli eredi del fu Principe di Paternò. Per materializzare quanto sopra detto, il magistrato ordinò il distacco dei boschi, equivalenti all’importo di onze 78.848, appartenenti al comune di Troina, dando l’incarico per tale funzione al perito Giuseppe Zurria, professore di “Calcolo sublime” dell’Università di Catania. Il professore Zurria iniziò subito la misurazione e il rilievo delle foreste per eseguire il distacco delle 2/3 parti al comune di Troina. Nella sua perizia del distacco distinse le terre promiscue in “Foreste di Ponente” e “Foreste di Levante”. Misurò la prima in 2032 e l’assegnò interamente al comune di Troina. La seconda in salme 1610 (in totale sommano salme 3642) di cui assegnò al comune salme 516. Sommate alle precedenti 2032 fanno salme 2548, equivalenti a ettari 4449.31.76 (essendo una salma nel 1800 pari a ettari 1.74.62 e un tumolo a mq 1088). Corrispondenti, un poco in più, ai 2/3 del totale (3642×2/3= 2428). Agli eredi del defunto Principe di Paternò andarono salme 1094 ( 1610-516= 1094) equivalenti a ettari 1910.34.28.
La Foresta di Ponente comprendeva le contrade: Sambuchello, Gilormo e Bussonita. Mentre la Foresta di Levante comprendeva le contrade: Finocchio, Bragallà e Cicogna. Il distacco avvenne nel 1882, anno in cui terminano le secolari lotte fra il Principe di Paternò e il comune di Troina con transazione in Notaio Nicolò Sozzi di Catania. In questo documento istituiscono, anche, una rendita annua di lire 500 a favore del comune di Troina. Non sappiamo se questa rendita annua, che gli eredi Paternò hanno istituito nella transizione, veniva pagata. Bisognerebbe approfondire, a nostro avviso, l’argomento economico fermo restando che sicuramente è tutto prescritto da tempo.
Dopo il distacco dei boschi tra il comune di Troina e gli eredi Paternò, iniziano altre questioni di usurpazioni lamentate dal comune. I principi di Pardo usurpano il bosco denominato “Pardo” sito nel territorio di Cerami, ma vincono la causa che il comune aveva promosso. I principi di Pardo diventano così proprietari del bosco di “Pardo”. Altra lite il comune di Troina intenta al comune di Capizzi per una usurpazione presunta da parte del comune capitino a favore del bosco di S. Antonio, confinante con la foresta di Sambuchello. Anche questa causa viene vinta dal comune di Capizzi. E il bosco di S. Antonio diventa proprietà del comune di Capizzi. Altra lite per usurpazione Ciuppa e Poeta. Ma questa lite viene vinta dal comune di Troina in base alla relazione del perito ingegnere Filippini. E, sia Ciuppa che Poeta hanno dovuto rilasciare le terre. Le usurpazione nelle foreste demaniali di Troina non finiscono mai. Nel 1895 il commissario per gli affari demaniali della Sicilia, Inghilleri, diede incarico all’agente demaniale commendatore Mondini e all’ingegnere Deni di sistemare i demani del comune di Troina e di procedere anche alla quotizzazione di tutte le terre suscettibili di colture agrarie. Il Deni, finite le operazioni di rilievo, si occupò anche della quotizzazione dei terreni quotizzabili che potevano essere 327 quote. Ciascuna quota era estesa ha 1.30.96.50 e doveva pagare al comune un canone di 12 lire per i demani forestali di Fontana Bianca e Finocchio e 15,60 lire per gli altri. Ma il Ministero dell’Agricoltura su ricorso del comune di Troina, escluse dalla quotazione, con nota del 22 ottobre 1900, le contrade Gilormo e Bussonita, limitandosi solo alla contrada Finocchio.
Il 16 dicembre 1900 fu pubblicato il bando relativo alle 98 quote da sorteggiare. Nel mese di aprile del 1901 fu nominata una commissione per esaminare le 1261 domande di concorso all’assegnazione delle suddette 98 quote. Tuttavia il sorteggio non ebbe luogo perché il giorno fissato non si presentò che uno solo dei concorrenti. Nelle more dell’assegnazione i contadini avevano già occupato le terre quotizzabili della contrada Finocchio, dividendosele a proprio piacere e arbitrario, creando confini irregolari e illogici. Nel 1904 il prefetto di Catania, venuto a conoscenza dell’occupazione violenta, informò il Ministero dell’Agricoltura che, pur non ritenendo opportuno legittimare le usurpazioni, ebbe però timore che il reintegro delle terre avesse potuto creare disordini. Stabilì allora di destinare tutte le terre demaniali coltivabili del comune a vantaggio dei meno abbienti per l’esercizio degli usi civici di coltura agraria, da disciplinare con opportuno regolamento nel quale inserire, in via transitoria, disposizioni di favore nei riguardi degli occupatori violenti delle terre. Fu così compilato un regolamento degli usi civici. Quindi nella contrada Finocchio gli occupatori arbitrari rimasero praticamente in possesso delle terre usurpate e furono sottoposti dal comune a un canone di lire 3.20 a tumolo. Col volgere degli anni alcuni abbandonarono le proprie quote autodefinite, e queste furono occupate subito dai vicini. Altri le vendettero ai confinanti o a cittadini di paesi vicini. Altri ancora, con violenza, impaurendo i più timidi con minacce, obbligarono gli originali proprietari delle quote confinanti a lasciare le terre e le aggregarono alla loro. L’ingegnere Barresi, dopo aver accertato l’usurpazione dei terreni di contrada “Finocchio” e “Sambuchello”, propose al signor Commissario la legittimazione dei suddetti terreni. Avendo considerato:
-che i terreni occupati sono nella massima parte migliorati mediante lavori di scasso e trasformazione da pascolo a seminativo e occupati da più di 10 anni;
-che molti degli occupanti hanno costruito, anche, delle casette che abitano per vari mesi dell’anno, assieme alla famiglia;
-che coltivano direttamente la propria terra;
Propone quindi per la legittimazione tutti i terreni che si trovano nelle condizioni accennate, cioè migliorate a seminerio, e anche qualche piccolo appezzamento a pascolo, quando questo è aggregato a una zona a seminerio e serve a integrare e completare l’organizzazione agraria, formando l’alimento necessario al sostentamento degli animali della piccola azienda di cui fa parte. Per tutti gli altri terreni occupati, che non hanno le caratteristiche sopradette, propone la reintegra al patrimonio demaniale. L’ingegnere Barresi si è anche preoccupato di calcolare un canone per i terreni suscettibile di legittimazione. Capitalizzato al 4 per cento, corrispondeva al valore di allora del terreno, diminuito dal valore delle migliorie effettuate.
I terreni sono stati divisi seconda la coltura praticata:
seminativo di 1°: lire/ha 1.600;
seminativo di 2°: lire/ha 1.400;
pascolo: lire/ha 400;
Dopo di che, a distanza 126 anni dal 1900, quei terreni si trovano occupati dagli eredi dei legittimati e si trovano in una situazione giuridica non definita. Non sono né proprietari né enfiteuti, si trovano in una specie di limbo. A mio personale avviso, per ragioni di chiarezza e serietà amministrativa, il comune di Troina dovrebbe legittimare una volta per tutte con provvedimenti giuridici il possesso di quei terreni agli eredi e a coloro che li hanno posseduti per più di 20 anni. Riproponendo l’enfiteusi, il pagamento del canone, calcolato sul valore attuale dei terreni, e la possibilità dell’affrancazione cioè diventare proprietari. Riproporre la legittimazione agli eredi dei terreni tenuti in possesso e a coloro che li hanno detenuti o acquistati, con scritture private, da più di 20 anni.
Il demanio universale
Ci soffermiamo ora sul demanio universale del comune di Troina (comune ricco di demani). Il demanio universale è il patrimonio di proprietà originaria della popolazione locale, come i residenti di un comune, e non dello stato. Su queste terre (boschi e pascoli) la comunità esercita da secoli gli usi civici, ovvero il diritto di raccogliere legna e pascolare gli animali. Titolare sostanziale è la comunità locale (universitas), mentre il comune agisce come amministratore. Questi beni sono inalienabili, non si possono usucapire e mantengono la loro destinazione originaria. I troinesi esercitavano gli usi civici sui demani universali sulla rocca di S. Pantheon, sulla c.da “Muganà” e sulle contrade “Piano San Pietro” e “Piano delle Giumente”. Questi terreni furono indicati dal podestà di Troina, nel 1929, sotto il nome generico di “Piano S.Pietro ed annessi”. Sono terreni dati in locazione ad uso pascolo. In contrada “Muganà” esisteva anche una cava di buona pietra di costruzione e sabbia. Quello che non si capisce sui terreni, gravati da demanio universale, è come sono potuti diventare proprietà privata, a esclusione del “Piano San Pietro” e del “Piano delle Giumente”, che sono ancora demanio universale dei cittadini di Troina. Sappiamo dalla giurisprudenza che in Italia vige un fermo principio legale: i beni del demanio civico universale sono inalienabili (non si possono vendere), imprescrittibili e inusucapibili. Significa che su un terreno di natura demaniale o gravato da uso civico la vendita fatta a un privato in tempi remoti è considerata nulla (come se non fosse mai avvenuta) anche se il privato possiede un regolare atto notarile o lo ha ereditato da trisavoli e bisnonni. L’usucapione su questi terreni non vale. Il privato può chiedere la legittimazione ma il comune o la regione la deve accettare.
Si ha menzione delle terre suddette nel rilievo fatto eseguire dal comune di Troina il 16 settembre 1815. Dove sono denunziati:
-“Li comuni di S.Panto, confinanti colla Piana delli Gelsi, col monastero di San Michele, luogo di San Francesco, luogo di Don Antonino, luogo del dottore in medicina Don Gaetano D’Angelo, luogo di Don Giuseppe Napoli e Giunta, e terre comunali di detta Università consistenti in quantità di salme 10, pari ad ha 17.46.20 così classificate: -seminatoria salme 2; erbaggi salme 6; rampanti salme 2”.
-“Le terre comuni attorno alla città, chiamate li Piani di S.Pietro e delle Giumente, dove si svolge ogni anno una grande fiera di bestiame, fra le più importanti della Sicilia, confinanti con il venerabile convento di S.Agostino, con le Fontanelle, chiesa abolita di S.Marco, e terre di Purrazzo in salme 18 (pari ad ha 31.43.16)”.
-“Le terre comunali dette di Muganà, confinanti con Parapià, Stretto di S. Giorgio, Beveratura di Sparzia e altri, in salme 8, pari a ha 13.96.96 considerate rampanti”.
-“Le terre comunali dette della Ciappa di S.Panto, confinanti colli sudetti comuni di sopra rilevati e con la città, in quantità di tumoli 5 ( pari a ha 0.61.32)”.
Dalle verifiche dei singoli demani, che l’ingegnere Barresi, istruttore demaniale, ha eseguito nel 1937, è risultato:
-che i terreni di Piano S. Pietro e delle Giumente si differenziano di poco rispetto a quelle rilevate nel 1815. La differenza è di ha 0.11.14. Nel 1815 erano ha 31.43.16. Nel 1937 ha 31.54.30. Non si sono verificate usurpazioni.
-che i terreni del demanio Muganà differiscono in più, rispetto a quelle rilevate nel 1815: ha 1.78.96. Nel 1937 erano 15.75.92, nel 1815 ha 13.96.96. Ovviamente non ci sono state usurpazioni ma è stato permutato interamente, con altro terreno, con atto pubblico. Oggi si ritiene proprietà privata. Si rilevavano anche una fila di pilieri che portavano scolpite le lettere C.T (comune di Troina).
-che il demanio di S. Pantheon era riportato in catasto al foglio 38 con la particella 44 di ha 2.76.03. Invece nel rilievo del 1815 sono denunciate: “Li comuni di S.Panto” per ha 17.46.20 e la “Ciappa di S.Panto” per ha 0.61.32 in totale per ha 18.07.52. Quindi il comune di Troina nel 1937 possedeva in meno ha 15.31.49. Bisogna evidenziare il fatto che l’ingegnere Barresi, dalle ricerche fatte all’archivio comunale e alla Matrice di Troina, ha costatato che una gran parte del vastissimo territorio di Troina era in possesso del Fondo Culto, della Madre Chiesa e di vari monasteri. Questi terreni, sebbene gravati di usi civici, tuttavia furono censite in parte dalla Reale Commissione Censuaria fra il 1785 e il 1804. Ancora dopo il 1867, anno in cui avvenne l’incameramento da parte dello stato dei beni posseduti dalle corporazioni religiose, lo stato continuò la censuazione e la vendita di tutte le terre di Regio Patronato e di quelle possedute dalla Chiesa Madre o dai Monasteri a poco prezzo. In queste terre comuni di S.Pantheon sono stati effettuate usurpazioni con passaggi notarili illegali. Oggi bisognerebbe verificare i confini e l’estensione rilevati nel 1815, la vera estensione del demanio universale di San Pantheon, cioè ha 18.07.52, e di conseguenza chiarire gli atti notarili sottoscritti nel passato, compreso quello di contrada “Muganà”. Come abbiamo constatato nel rivelo fatto dal comune di Troina il 16 settembre 1815, sono denunziati: “Li Comuni di S.Panto, li comuni piani di S.Pietro e delle Giumente e li comuni di Muganà”. Nel 1929 il podestà di Troina dichiarò i demani universali di Troina, sotto il nome generico “Piano S.Pietro ed annessi e comprendono le seguente contrade: Piano S. Pietro e delle Giumente; -Muganà; – Manca o Rocca di S.Pantheon.
Allora pongo una domanda: se erano terre comuni come sono diventate proprietà privata?
Donato Pettinato
