Siccarizu et sterilitati. Notizie sulla carenza di pioggia a Troina nella prima metà del XVI secolo.

Le annate di siccità nei secoli passati non sono certo una novità. La storia, in particolare quella siciliana, riporta spesso periodi di carestie dovute all’assenza di precipitazioni in un’epoca nella quale l’agricoltura rappresentava la maggiore fonte economica e di sostentamento della popolazione.

Per esempio, ricerche archeologiche hanno condotto alla scoperta di una grave condizione di siccità prolungata in tutta l’area del Mediterraneo orientale, addirittura intorno al 1200 a.C., con la quale si spiegherebbe il collasso di città e civiltà presenti in quell’epoca.

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Anche in pieno Medioevo ma, soprattutto in Età Moderna, vengono attestate condizioni eccezionali di siccità, con particolare riguardo al XVI secolo. Le cronache del tempo indicano la mancanza assoluta di precipitazioni piovose e nevose per parecchi mesi, temperature alte, fiumi e pozzi attestati “secchi”, infine danni ai raccolti, soprattutto per il grano, con conseguenti impennate sui prezzi degli stessi cereali. L’eccezionale siccità iniziata nei primi anni del ‘500 e, perdurata per diversi decenni, si protrasse fino alla seconda metà dello stesso secolo, con lo sviluppo in tali anni anche di epidemie di peste, le quali interesseranno anche la città di Troina.

A dire il vero, tale grave crisi economica in Sicilia, prende origine dagli ultimi decenni del XV secolo, causata dalla pesante politica fiscale inaugurata da Ferdinando il Cattolico ed associata alle peggiori condizioni climatiche. La siccità, in particolare, danneggiò le produzioni agrarie, specie quelle che avevano maggiore necessità di acqua; e gli effetti sui mercati furono deleteri, anche perché ne risentirono altri settori, con in testa l’allevamento del bestiame. Pertanto, il protrarsi della siccità per diverse stagioni portò anche ad un mutamento delle colture agrarie e del paesaggio: per esempio la canna da zucchero iniziò a lasciare il posto al vigneto, mentre inizia ad intensificarsi il ficodindia.

Il professore Carmelo Trasselli, nel suo lavoro pubblicato nel 1970, dal titolo “La siccità in Sicilia nel XVI secolo”, descrive il ‘500 come uno dei secoli peggiori dal punto di vista dell’economia, con estati lunghe e calde legate ad ondate di scirocco, ed inverni poco piovosi. Memorabile, a tal riguardo, risulta la crisi economica dei primi decenni di tale secolo, scaturita appunto da un terribile periodo di siccità per la totale assenza di precipitazioni che faranno abbassare drasticamente il livello delle fiumare e dei corsi d’acqua, come pure le portate delle fontane, assetando ed affamando la popolazione siciliana. Persino quel poco frumento raccolto dai contadini non potrà essere trasformato agevolmente in farina presso i mulini ad acqua poiché gli stessi fiumi risulteranno a secco.

Il Trasselli, attraverso la documentazione d’archivio di quel periodo, ripercorre un’epoca costituita da un grave malessere economico che si concentra per buona parte nelle città e nei centri abitati; malessere che colpirà in primo luogo l’agricoltura e, di riflesso, a cascata, anche le altre attività economiche che costituiscono la società attiva di quel periodo in Sicilia, quale l’artigianato ed il commercio, non risparmiando nemmeno le classi più agiate, quali i nobili ed i benestanti.

Ed in coincidenza con il manifestarsi dei disastrosi effetti della crisi alimentare iniziano, sempre in questo periodo, a diffondersi una serie di manifestazioni religiose di massa, quali processioni e rogazioni, organizzate dalla popolazione con il consenso del clero, al fine di invocare l’arrivo della pioggia e la fine della crisi alimentare.

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A rendere il contesto sempre più minaccioso, si aggiunsero in Sicilia diversi episodi di pestilenza e, di contro, anche azioni positive rivolte a prevenire danni irreparabili sulla popolazione e sugli allevamenti. La città demaniale di Troina si presentava situata al centro di una serie di terreni a seminativo ed a pascolo con a nord quell’ampia area boschiva rappresentata dalle foreste”. Nel carteggio denominato Liber Rubeus civitatis Trahine”, conservato presso l’Archivio Storico del predetto comune, è possibile leggere che nel 1507 viene emanata una ordinanza che rendeva libero l’uso delle acque; in pratica nessuna persona, fino a tutto il mese di ottobre, risultava obbligata a pagare la tassa per abbeverare gli animali nei fiumi e nelle fontane, proprio a causa del perdurare dello stato di siccità.

Sempre nello stesso anno, viene emanata da Palermo ed inviata anche alla città di Troina, una prammatica che per cinque anni, a causa della sterilità, si ordinava l’uccisione e la macellazione di animali nella quantità del 20%. Attraverso tale norma il viceré di Sicilia, don Ramon de Cardona, obbligherà ai proprietari di bovini la regolamentazione della macellazione degli stessi animali fino al mese di ottobre, al fine di ovviare alla perdita delle grosse mandrie.

Infine, da altre fonti documentali, sempre per Troina, si ha notizia che nel 1520 viene a mancare il frumento a causa appunto di tali periodi siccitosi, mentre nel 1522, al fine di ovviare alla carenza di acqua nel territorio, vengono captate e regimate alcune sorgenti con la realizzazione, a favore della stessa popolazione, di fontane e di abbeveratoi.

Già nel 1490 viene emanato un provvedimento con il quale è impedito ai benestanti di prelevare il frumento dalla “rabba” poiché doveva servire per i poveri; successivamente, il bando del viceré Ramon de Cardona, risalente al 1507, proibirà la compravendita di frumento ed orzo a tutti i cittadini e forestieri e, con l’istituzione della cosiddetta “rabba”, una sorta di ammasso granario obbligatorio, un monte frumentario incrementato dalle quote del raccolto ottenuto dai proprietari e dai massari, viene distribuito ai meno abbienti il frumento ad un prezzo calmierato. Anche se a tal riguardo, si constata che i rivelanti, soprattutto nelle cattive annate, tendono a nascondere o a non rivelare parte del raccolto, al fine di ridurre a loro vantaggio la quota di grano da fornire obbligatoriamente alla stessa “rabba”.  

Risulta interessante riportare alcuni stralci tratti dai documenti risalenti al XVI secolo conservati presso l’Archivio Storico di Troina che descrivono tali periodi di siccità: «…in quistu annu per lu generali siccarizo et sterilitati de li feghi…li aqui hanno mancato in multi passi…per la qual causa è stata morta multa bestiami in lu regno…[ragione per cui si è proceduti a] auchidiri et macellari varchi, yinizi, vitillazzi, vitelli et suini, ad raxuni di xx per chento et non ultra…speramu chi lu omnipotenti et inmortali Dio per sua misericordiam et infinita clementiam mandirà la sua gratia…». 

In conclusione, una considerazione risulta d’obbligo: la storia sulla siccità e sulla carenza di acqua in Sicilia si ripete ancora ai nostri giorni!

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Nicola Schillaci

 

 

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