Se i social smettono di funzionare…

Nel pomeriggio del 4 ottobre il più lungo blackout nella storia dei social network. Facebook, Whatsapp e Instagram sono infatti diventati inaccessibili per più di sei ore in tutto il mondo, costringendo milioni di utenti a fare i conti con le proprie vite, quelle reali, fuori da uno schermo.

Quanti di voi, lunedì, si sono ritrovati ad aggiornare spasmodicamente la home di Facebook o di Instagram, a sperare che quel messaggio inviato all’amico o al datore di lavoro su Watsapp arrivasse, che le spunte diventassero prima due e poi entrambe blu, e realizzare infine che era tutto bloccato? Probabilmente tanti!

 Secondo quanto riferito dallo stesso Mark Zuckerberg – storico fondatore e adesso amministratore delegato di Facebook, e proprietario di Instagram e Whatsapp – il collasso dei server sarebbe stato provocato da “modifiche alla configurazione dei router che coordinano il traffico di rete tra i centri dati”, con conseguente blocco dei servizi. Un problemino costato al giovane Zuckerberg circa 6 miliardi di dollari, mentre nelle stesse ore un ex dipendente del colosso di Menlo Park, intervistata, rilasciava pesanti dichiarazioni sull’azienda, accusata di mettere il denaro davanti a tutto, anche alla sicurezza dei suoi utenti. Ma nulla che non si sapesse già, diremmo, succubi come siamo delle logiche distorte di un mondo ipercapitalista, disposto a fare a meno di tutto ciò che in qualche modo intralci la sacra ricerca del profitto. Secondo l’ex manager, inoltre, il social utilizzerebbe degli algoritmi che amplificano l’incitamento all’odio e la diffusione di fake news, sottolineando come i contenuti più divisivi e polorizzanti coinvolgano molto di più gli utenti della piattaforma, creino più accessi e interazioni, e dunque più introiti. Per capire la complessità e la pericolosità del problema, basti pensare al ruolo giocato da Facebook nelle fasi di organizzazzione e pianificazione dell’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori dell’ex presidente Usa, Donald Trump, il 6 gennaio 2021. Uno strumento, Facebook, che – se non regolato – rischia, come già si è visto, di trasformarsi in un ordigno ad orologeria, un’arma esplosiva alla portata di tutti. Questa assenza di regole e controlli all’interno delle piattaforme social è in realtà soltanto la conseguenza di un’altra grande questione sulla quale Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica americana, ha recentemente posto l’accento: il monopolio di Facebook sulle comunicazioni. Dal 2014, infatti, Zuckerberg è propretario anche di Instagram e Whatsapp, due delle più importanti e note piattaforme social per numero di utenti registrati (gli utenti di Facebook rappresentano il 34,6 % della popolazione mondiale, un dato impressionante). Un monopolio, appunto, che lo ha posto nel mirino dell’antitrust Usa per pratiche anticoncorrenziali. Per Ocasio-Cortez, poi, la «missione monopolistica di Facebook di possedere, copiare o distruggere qualsiasi piattaforma concorrente ha effetti incredibilmente distruttivi sulla libera società e sulla democrazia».

Il social down dello scorso 4 ottobre, ci ha dunque permesso di capire quanto sia effettivamente incisivo il controllo che questi colossi delle comunicazioni hanno sulle nostre vite e quanto ciascuno di noi ne sia dipendente. Se un blocco temporaneo del funzionamento di Facebook, Instagram e Whatsapp è riuscito a destabilizzarci tanto – e non solo da un punto di vista prettamente logistico, ma anche emotivo e sociale – forse, dovremmo cominciare ad ammettere che esiste un problema. È ormai nota da anni la correlazione tra utilizzo smodato dei social network e disturbi legati alla salute mentale; si è addirittura arrivati a parlare di “depressione da Facebook” per indicare quei disturbi d’ansia e depressione che coinvolgono soprattutto gli utenti più giovani, frustrati dal costante confronto con modelli irreali di perfezione e bellezza. È quindi inutile negarlo, siamo a tutti gli effetti dipendenti da questi meccanismi. Ma è davvero possibile tirarsene fuori? A meno che non ci si trasformi improvvisamente in anacoreti dediti all’ascesi, potrebbe risultare parecchio difficile. Ciò che di certo possiamo fare è cominciare gradualmente a ripensare il nostro rapporto con i social, a limitare l’influenza che questi esercitano sulle nostre vite e sulle nostre menti, ponendo un freno al loro utilizzo, regolandone i tempi giornalieri di fruizione. Non è semplice, ma neppure impossibile. Sarà solo allora che riusciremo a gioire di un social down, godendone come si fa di una meritata pausa dopo un giorno di lavoro.

Lavinia Trovato Lo Presti

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