Sono lettere che celebrano una profonda e affettuosa amicizia, quelle ritrovate nel 1969, in una casa di Troina, spedite da Luigi Capuana a Giovanni Squillaci.
Vennero trovate casualmente, dagli eredi del destinatario e ne vennero prontamente pubblicate alcune dall’insegnante e pubblicista Silvestro Caniglia sul quotidiano “La Sicilia”, in due suoi articoli (il primo, del 23 luglio 1969, dal titolo “Manoscritti inediti di Capuana scoperti in una casa di Troina” e il secondo, del 12 agosto 1969, dal titolo “Riemergono dalla polvere del tempo le inedite poesie di Luigi Capuana”).
Grazie agli articoli comparsi su La Sicilia, venne a conoscenza di questo eccezionale ritrovamento lo studioso di Letteratura e Filologia Giorgio Piccitto, che fece acquistare alla Società di Storia Patria della Sicilia Orientale, di cui era Presidente, l’intero carteggio, affidandolo a Carmelo Musumarra, affinché lo studiasse e lo pubblicasse.
Carmelo Musumarra, docente di Letteratura Italiana all’Università di Catania, accettò volentieri l’invito di Piccitto e si adoperò con zelo filologico, acume critico e profonda conoscenza dell’opera di Capuana a contestualizzare le lettere di un giovane Capuana ad un altrettanto giovane amico di Troina, all’interno delle vicende biografiche e dello sviluppo della maturazione culturale, nonché della produzione letteraria, dello scrittore siciliano.
Venne così alla luce, nel giro di pochi anni dal loro ritrovamento, nel 1972, la pubblicazione delle lettere di Capuana, sul fascicolo III della rivista “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, a cura di Carmelo Musumarra, col titolo “Un carteggio giovanile di Luigi Capuana. Lettere all’amico Giovanni Squillaci”.
Nell’arco di un decennio, dal 1854 al 1864, Capuana (che nel 1854 ha 15 anni di età) scrive 24 lettere all’amico troinese, nelle quali, come evidenzia Musumarra, emergono, oltre al legame di profonda amicizia e di non superficiale conoscenza reciproca, gli interessi giovanile dello scrittore siciliano, quelli letterari per il Teatro, soprattutto, oltre che per la studio dei classici, in generale, e gli ideali politici e patriottici, ferventi e anelanti, nel suo giovanile entusiasmo, alla libertà e all’Unità dell’Italia.
Nelle lettere di Capuana, accompagnate spesso da componimenti in versi, per i quali lo scrittore chiedeva osservazioni e pareri all’amico Squillaci, vengono più volte nominati, come amici comuni, altri troinesi: Vittorino Squillaci, Silvestro Malaponti, Angelo Barbera.
Questi personaggi troinesi, citati da Capuana nelle lettere a Squillaci e anche loro interessati alla letteratura e all’arte, erano ben noti a Capuana, perché assieme al più intimo amico Giovanni Squillaci, s’erano ritrovati a studiare nelle aule e tra i banchi del Real Collegio Capizzi di Bronte, nel quale avevano tutti frequentato, regolarmente, un quadriennio di studi, tra i dodici e i quindici anni di età.
Fu in quel Real Collegio Capizzi di Bronte che Capuana conobbe Squillaci, e fu lì, in quella prestigiosa scuola frequentata dai rampolli della Sicilia nobile e possidente che nacque e si consolidò nel tempo la loro amicizia, non “perché favorita dai buoni rapporti tra le due famiglie” e non perché “Giovanni Squillaci abitava a Troina, un paesetto non molto distante da Mineo” dove abitava Capuana, come ipotizzava genericamente Musumarra nella sua introduzione al carteggio.
E di certo, Capuana, frequentando Squillaci, avrà anche soggiornato a Troina, come si evince da alcuni riferimenti presenti nelle lettere del Carteggio, ma anche dalla trama di un racconto dal titolo “In barca”. I protagonisti del breve e poetico scritto di Capuana sono due giovani sposi in viaggio di nozze a Catania e per la sposa è quella la prima volta che può ammirare , con meraviglia “il fascino dello spettacolo del mare”. E lo stupore della sposa per il mare, che è per lei una novità, suscita altrettanto stupore nello sposo che, osservandola con affettuosa commozione, confida al lettore quello che pensa tra sé e sé: “le invidiavo la gioia della novità di quelle sensazioni che stentavo quasi a comprendere, abituato fin da quando ero studente, alla vista del mare, quantunque nato, come mia moglie, in cima alle rupi di Troina, nell’interno della Sicilia”. La ‘scoperta’ del mare continuerà, per la giovane sposa – nella trama del racconto di Capuana – con una gita in barca, che sarà però drammatica perché un improvviso agitarsi del mare, nel tragitto tra la Marina e Ognina, sballotterà la barca sin quasi a farla rovesciare in acqua. Ma scongiurato il pericolo di un naufragio, che farà emergere meglio le loro ‘psicologie’, i due sposini potranno abbracciarsi, a riva, salvi, più consapevoli l’uno del carattere dell’altro e più innamorati di prima.
Il raccontino, che Capuana ideò scegliendovi a protagonisti due immaginari sposini di Troina, lo scrisse ormai anziano, dando alle stampe, nel 1912, la sua ultima raccolta di novelle dal titolo “Delitto ideale”.
Dal carteggio con Squillaci era ormai passato tanto tempo, ma se Troina ritornava in una sua prosa letteraria, forse voleva dire che il suo amico di gioventù e il suo montano e interno paese, erano rimasti sempre impressi nella sua intima e personale autobiografia e geografia dell’anima.
Silvestro Livolsi
