La famiglia Di Napoli per diversi secoli ha rappresentato per Troina l’anello di congiunzione di tutta una serie di avvenimenti politici, economici e sociali svoltisi nell’antica cittadina nebroidea del Valdemone.
Troina, divenuta importante nei primi decenni della conquista normanna, negli anni successivi perderà centralità e prestigio, anche se come città demaniale occuperà fin dal 1233 un posto nel parlamento siciliano, possedendo un regio castello difeso da milizie cittadine; dovrà comunque lottare contro le mire di feudatari e baroni che più volte aspireranno a sottometterla. Con l’ascesa al trono di Martino I, nel 1398 riacquisterà nuovamente i privilegi di città demaniale, confermati in seguito anche da Carlo V nel suo passaggio dall’isola avvenuto nel 1535.
Troina, pertanto, costituisce per i Di Napoli il trampolino di lancio per ampliare, gli stessi, le sfere politiche ed economiche in altre parti della Sicilia, soprattutto nell’allearsi con famiglie nobili, ricche e potenti.
Presso l’archivio storico del comune di Troina è conservato un carteggio relativo alle origini della famiglia Di Napoli avente per titolo “Vera genovina discendenza e genealogia de’ Signori Principi di Resuttano originarj della famiglia Caracciolo”, nel quale si evince che la stessa giunse in Sicilia nel 1272, ai tempi del re Carlo I d’Angiò, attraverso un Enrico Caracciolo, secondogenito di tale famiglia.
Così come riportato dal prof. Federico Martino in “Feudalità e mobilità sociale in Sicilia: vicende di una famiglia tra i secoli XV-XVIII” (1977), l’ambiente più favorevole ad alcune famiglie del periodo è costituito dalle terre demaniali che, libere dai rigidi controlli feudali, sviluppano delle strutture giuridico-amministrative al cui interno è possibile partecipare per entrare a far parte di quell’oligarchia dominante.
Fu forse questa la prospettiva che spinse un ramo della famiglia Di Napoli a stabilirsi definitivamente a Troina dopo la riascrizione dell’universitas al demanio, avvenuta nel 1398. Un documento del 1433 segnala la presenza del notarius Antonio di Napoli accusato per alcuni fatti criminali avvenuti in un periodo in cui a Troina sorgono gravi disordini causati dallo scontro di opposte fazioni.
I Di Napoli presenti ancora a Troina fino a tutto il Seicento, possono vantare parecchie personalità di spicco legate non solo alle armi ed alla politica, alle lettere ed alle leggi, ma anche alla religione. Un accenno particolare e d’obbligo va fatto per monsignor Vincenzo Napoli, divenuto vescovo della diocesi di Patti nei primi decenni del XVII secolo, ritenuto uno degli esponenti di punta di questa famiglia, morto in base a quanto riferito dalle cronache del tempo, in odore di santità.
Il sacerdote Paolo Sidoti, insegnante nel seminario vescovile di Patti, in una preziosa biografia edita nel 1901, dal titolo “Mons. Vincenzo Napoli, vescovo di Patti”, riferisce che nacque a Troina nel 1574, da Paolo di Napoli e Agatina Pizzuto di Tortorici, aggiungendo che «la famiglia fu cospicua per sociale posizione e rinomata per vari membri, insigni nella magistratura e nella presidenza del tribunale, o concistoro di Sicilia». Per un’attenta biografia su mons. Vincenzo Napoli fanno fede pure le opere del Pirro, del Gallo e del Mongitore, oltre agli atti notarili della città di Patti ed alla raccolta di documenti conservati negli archivi della stessa Cattedrale; infine, risultano importanti anche le notizie fornite dal canonico Giardina in “Patti e la cronaca del suo Vescovado”, pubblicate nel 1888.
Dalla consultazione della documentazione d’archivio si è in grado di sapere che il padre di mons. Napoli, di nome Paolo, viene indicato come postumo per essere distinto, a sua volta, dal nonno, anch’egli di nome Paolo, denominato majuri, e dallo zio, sempre di nome Paolo, denominato minuri. Il Paolo postumo in questione lo si ritrova nella fondazione di una Società dedicata all’Immacolata Concezione presso l’oratorio collaterale alla chiesa di San Francesco d’Assisi dei Padri Francescani Conventuali di Troina, sancita per gli atti del notaio Nicolò Antonio Sbarbato l’11 maggio 1605. Paolo postumo è, inoltre, fratello di Cesare, di Filippo iuniore (padre del duca di Campobello) e di Gilormo. Dal matrimonio con Agata Pizzuto nascono, oltre a Vincenzo, divenuto vescovo, altri tre figli: Annibale, Geronimo e Francesco. Dal testamento redatto il 28 settembre 1608, Paolo di Napoli è proprietario di una casa grande, di un luogo nella contrada denominata Sotto la Batia, di vigneti, terre scapole, case ed altri beni presenti nel tenimento di Balsama.
Vincenzo Napoli, pertanto, è diretto cugino di quel Giuseppe, duca di Campobello, il più importante esponente di casa Di Napoli in auge politicamente ed economicamente in quel periodo.
Educato nella sua prima infanzia nel convento dei Padri Cappuccini di Troina e, successivamente, dallo zio paterno Girolamo, noto giureconsulto, da adulto si dedica alle scienze canoniche e civili, continuando il corso degli studi a Palermo, al fine di conseguire, insieme al sacerdozio, la specializzazione in utroque iure; ordinato pertanto presbitero, presterà inizialmente la sua opera nella natia Troina.
Dottore in diritto canonico e civile ed uomo eruditissimo, sarà nominato per tre volte presidente del parlamento nei Comizi Generali del Regno.
Presentato alla corte di Filippo II, diviene regio cappellano e, anni dopo, all’età di trentacinque anni, viene proposto da Filippo III a vescovo della diocesi di Patti. Pertanto, il 5 dicembre del 1609 è consacrato a Roma sotto papa Paolo V, diventando vescovo della predetta diocesi e prendendo possesso del vescovato la vigilia di Natale dello stesso anno; il solenne ingresso nella sede avviene nel gennaio dell’anno successivo, con la contestuale prestazione di giuramento davanti ai civici magistrati, atto d’impegno dovuto per il mantenimento dei privilegi della città demaniale di Patti.
Il Napoli si insedia in un vescovato facente parte, un tempo, dell’antica diocesi di Tindari, eretto all’inizio del VI secolo e rifondato alla fine dell’XI secolo, quando il conte Ruggero intraprese la riconquista della Sicilia sottraendola agli arabi.
Vincenzo Napoli amministrerà la diocesi di Patti per tutto il tempo della sua vita, distinguendosi per parecchie opere di carità, per il consolidamento del nascente seminario diocesano, per la formazione dei fedeli. Innumerevoli furono le sue opere di bene, facendo edificare, altresì, chiese, conventi ed acquedotti per la pubblica utilità ed a beneficio della popolazione; per esempio, si ha notizia che nel 1647 faceva aprire al pubblico una fonte in precedenza di esclusiva pertinenza del seminario di Patti. Assegnerà ingenti somme anche ad ospedali, a parrocchie, ai tre conventi Francescani ed al monastero delle Clarisse, tutti situati nella città di Patti.
Nel complesso, in base a notizie tratte da una lettera postuma datata 15 luglio 1765, redatta dal dottore in legge Marco Antonio Napoli ed inviata all’allora vescovo di Patti mons. Carlo Mineo, furono elargiti in elemosine da parte del Napoli più di 300 mila scudi.
Di seguito vengono menzionate alcune delle opere di bene più importanti effettuate da mons. Napoli, anche in termini di investimento monetario: per il santuario di Tindari fu sua cura sollevarne le condizioni economiche con l’elargizione di frequenti somme di denaro, al fine di mantenere con decoro anche i sacerdoti addetti al servizio della chiesa; anzi, venivano chiamati i Padri dell’Oratorio, denominati Filippini, affinché compissero ogni giorno i divini uffici e fossero sempre disponibili ai bisogni della popolazione accorrente al santuario; per tali motivi, con atto pubblico del 5 novembre 1610, il Napoli assegnava un capitale di 110 onze annue, mentre ai sacerdoti dell’oratorio elargiva 108 onze. Oltre a ciò ampliava lo stesso santuario, tanto da meritarsi che gli stessi locali fossero dedicati al suo nome “mons. Napoli”. E lo stemma gentilizio appartenente alla sua famiglia – il giglio tra due stelle – si poteva ammirare nell’atrio interno, in mezzo alle arcate della chiesa di Tindari.
Ai contadini della borgata di Tindari provvide in modo particolare, sollevandoli dalla miseria con generosi soccorsi, fornendo loro strumenti per la coltivazione dei campi e procurando, senza badare a spese, l’acqua potabile nel villaggio Scala, a vantaggio della sparsa popolazione rurale.
Fornì alla cattedrale di Patti nuovi arredi e riedificò nel 1639 il cadente monastero dei Benedettini, dimora dei Canonici Regolari, fondato dal conte Ruggero.
Propagò la redenzione degli schiavi, mettendo a disposizione, nel 1626, onze 4000 al fine di concorrere alla liberazione dei cristiani catturati dai corsari musulmani; nella donazione della somma riservò, comunque, il diritto di preferenza per i suoi diocesani.
A fine anno esigeva dai suoi parroci un elenco delle famiglie prive di mezzi, profondendo ogni risparmio delle sue ricche rendite a favore dei poveri. Nella piazzetta del Rosario giornalmente faceva distribuire il pane per i poveri presenti a Patti, mentre al termine di ogni settimana consegnava ai parroci di Gioiosa Guardia e Librizzi 9.8 onze per le elemosine; stessa somma elargiva alle orfane in procinto di sposarsi.
Durante un periodo di carestia, avutosi in Sicilia negli anni 1646-47, riuscì ad acquistare abbondanti quantitativi di grano per farlo distribuire in tutta la diocesi e nei comuni vicini, frenando così seri tumulti.
Per il seminario pose le basi affinché potesse sorgere una struttura più moderna e svecchiata dai canoni tradizionali, depositando la cospicua somma di 4800 onze a vantaggio e sviluppo della stessa struttura educativa.
Sofferente di salute, passava i rigidi mesi invernali presso l’antico convento dei Minori Conventuali di Patti.
Mons. Vincenzo Napoli lo si ritrova a Troina in occasione della presa di possesso, avvenuta in forma solenne nel 1610, con gran concorso di popolo e clero, del terreno da utilizzare per l’edificazione del nuovo convento dei Frati Cappuccini; in tale occasione ed in sua presenza fu innalzata una croce. Le cronache riportano che per la sua tanta devozione indossò l’abito dei Frati, destando meraviglia tra i presenti; e tale avvenimento fu ricordato per parecchi anni. Infine, il 23 ottobre del 1611, lo stesso monsignor Napoli benedisse la prima pietra del nuovo edificando convento.
Ricordato come uomo di eccezionale generosità, profuse il suo cospicuo patrimonio anche a beneficio della città di Troina quando, nel 1644, fu venduta da Filippo IV al nobile genovese Marco Antonio Scribani. È proprio in questa prima metà del secolo XVII che il sovrano spagnolo, costretto da impellenti necessità di denaro, occorrente per le sue continue operazioni belliche su vari fronti, cominciò ad alienare nei suoi grandi possedimenti, sparsi ovunque in Europa, tutto ciò che si potesse vendere. Anche la Sicilia rientrerà in questo contesto di alienazioni, soprattutto per i feudi, i titoli nobiliari, i casali e le onorificenze, nella cui controparte di acquirenti compaiono alcuni intraprendenti e spregiudicati banchieri genovesi, tra i quali lo Scribani.
Pertanto, al fine di riscattare e riascrivere Troina al regio demanio, mons. Vincenzo Napoli verserà di tasca propria buona parte del capitale, pari a circa 38 mila scudi, evitando così anche il pagamento delle gabelle annuali. Ed i documenti dell’epoca riportano che la città venne riascritta nuovamente al demanio in breve tempo, in circa sette anni. Il Francesco Bonanno, nelle sue “Memorie storiche della città di Troina” (1789), riporta che la città, nel momento in cui fu riscattata, ricevette dal sovrano innumerevoli favori e privilegi, quale quello del mero e misto impero, con prerogativa su ogni altro tribunale e magistrato ed il diritto di graziare eventuali delinquenti, commutando in pene pecuniarie quelle corporali. In effetti, l’attività del vescovo Napoli, pur essendo molto lineare per quel che riguarda l’aspetto religioso e spirituale, secondo qualche storico trova un punto meno chiaro in una vicenda dai contenuti puramente politici, nel momento in cui corrispose di tasca propria gran parte del denaro per fare rientrare Troina nuovamente tra le città demaniali. Con questo espediente il vescovo, sborsando una cospicua somma, intendeva scongiurare il rischio che la città passasse sotto l’influenza di altri casati che avrebbero danneggiato il proprio, salvaguardando probabilmente gli interessi consolidati dei propri consanguinei.
Il marchese di Villabianca, nel suo commentario sulle “Città demaniali della Sicilia” (1795) riporta per Troina che lo Scribani comprò la città dalla Regia Corte per un capitale di 35 mila scudi, ma i cittadini immediatamente la riscattarono attraverso il denaro sborsato dal vescovo di Patti, Vincenzo Napoli, loro concittadino e benefattore.
Anni prima, una lettera a firma di Filippo IV, inviata da Madrid il 27 agosto 1636 ai giurati di Troina, comunicava che il predetto regnante aveva necessità d’incamerare 12 milioni di scudi per far fronte alle molte guerre, in particolare contro la Francia e gli infedeli. In tale occasione, Troina fu costretta ad approntare un soccorso di 6000 scudi, alle condizioni però imposte dalla stessa città, ossia che fosse stipulata una soggiogazione.
Per parecchi anni dopo la sua morte, mons. Vincenzo Napoli venne ricordato dai troinesi soprattutto per l’impiego del suo vistoso patrimonio a favore di benefici d’ogni sorta. Fu sua l’idea di realizzare, assieme alle elargizioni di un altro ricco concittadino, Antonio Bracconeri, un istituto scolastico per l’educandato dei giovani che, in seguito, prese il nome di Napoli-Bracconeri. L’istituto, pertanto, per anni fu amministrato con le rendite annue lasciate dal Bracconeri e dal Napoli.
A Troina il Napoli elargì, inoltre, 320 onze di rendita annua per le elemosine ai meno abbienti, oltre a contribuire all’edificazione del nuovo convento dei Padri Cappuccini, alle seguenti condizioni: un quinto della predetta somma a vantaggio dei poveri mentre, la restante parte, per la fondazione di un collegio di Gesuiti nel palazzo prospiciente piazza Idria (in seguito divenuto di proprietà della famiglia Squillaci), finalizzato all’educazione dei giovani, con l’espressa riserva che ove l’iniziativa non fosse stata attuata, la somma sarebbe stata suddivisa in tanti legati di maritaggio per le orfane troinesi. Il problema del cosiddetto maritaggio di ragazze orfane, povere e, sostanzialmente prive di dote, era in questo periodo molto sentito, a tal punto che anche le confraternite locali si occuparono di tale problematica di natura sociale.
Nel 1625, alla morte del cardinale Ottavio Rodolfo, vescovo di Girgenti, il Napoli veniva invitato dal pontefice Urbano VIII ad occupare tale sede rimasta vacante; pur essendo una diocesi più ricca e prestigiosa rispetto a quella di Patti, per sua umiltà rifiutò l’onorificenza, tanto da comunicare, senza esitare, di rimanere alla guida della predetta diocesi.
Infine, essendo stato trasferito l’arcivescovo di Palermo ad altra sede, il 31 maggio del 1648 il regnante Filippo IV ed il pontefice Innocenzo X, di comune accordo, sceglievano mons. Napoli alla successione, eleggendolo al posto di altri due prelati proposti alla carica, cioè Diego Requesenz vescovo di Mazara e Francesco Trahina vescovo di Girgenti. Eletto, pertanto, arcivescovo di Palermo, non riuscì però ad insediarsi poiché, nel frattempo, si ammalò.
Morì, si disse, in odore di santità il 23 agosto 1648, all’età di 74 anni a Gioiosa Guardia, villaggio poco distante da Patti, nella casa dei Filippini da lui fondata, dove si era recato per un periodo di riposo. I funerali furono celebrati nella cattedrale di Patti nella serata del 26 agosto, alla presenza di una moltitudine di popolo.
Il catafalco fu montato sotto la cupola della cattedrale, con un impianto scenografico costituito da quattro arcate a sesto acuto sorrette da colonnine e recanti al centro le insegne del Napoli, del Capitolo e delle due città: Patti e Troina. Terminati i funerali nelle ore mattutine del 27 agosto, il corpo veniva deposto nel sepolcro.
Cinquant’anni dopo, dovendosi collocare presso l’altare del SS. Sacramento della cattedrale di Patti le reliquie dei santi conservate fino ad allora nella sacrestia, nacque la necessità di traslare le spoglie del Napoli dal predetto altare in un altro luogo, sempre nell’ambito della stessa chiesa.
Nelle ore vespertine del 25 agosto 1698, aperta la cassa, con grande meraviglia di quei pochi presenti, si poterono osservare, ancora quasi del tutto intatti, le spoglie ed i paramenti indossati. Gli atti riportano che in quell’istante i presenti iniziarono a sentire, proveniente dal cadavere, uno straordinario odore rimasto nell’aria per più giorni. Nella “Relazione manoscritta del fatto”, biografia fatta compilare dal vescovo mons. Mineo nella seconda metà del ‘700, si legge che il corpo «…ancor mantenea i capelli e peli della barba nel suo essere, intatti attaccati alla pelle; la fronte grande e spaziosa, il naso piegato verso la parte destra della faccia, dal peso della lapide marmorea, il viso lungo sì, ma ben proporzionato, la barba veneranda ed un poco folta, tagliata all’uso antico. La statura alta, le meni secche ed intatte a color di cannella…».
Singolare risulta un racconto tratto dalla stessa “Relazione”, secondo cui il duca di Galizia, fratello dell’allora vescovo di Patti, mons. Migliaccio, spinto dalla curiosità si recò in cattedrale al fine di costatare l’evento dovuto a quell’odore; stupefatto di fronte all’evidenza e mosso da devozione, tagliò un dito della mano del cadavere, per farne una sua personale reliquia, portandoselo con se nel palazzo vescovile dove abitava. Ma ben presto il profanatore fu colpito da una febbre elevata, tanto che chiamati i medici, venne trovato in evidente pericolo di morte; il duca, pertanto, ritenne opportuno restituire al sepolcro quel dito sottratto. E fatta la restituzione, lo stesso si ritrovò in poco tempo guarito dalla febbre, nuovamente nel suo primo stato di salute.
Anni dopo, durante i restauri della cattedrale di Patti, furono riordinate le tombe ivi presenti, appartenenti per lo più a diversi prelati, per essere trasferite in siti più adatti. Pertanto, nel 1724, anche il sepolcro di marmo del Napoli fu ricollocato nei pressi dell’ingresso della sacrestia, di fronte l’altare dedicato alla Madonna dell’Udienza. Ed in tale occasione venne riaperta la cassa ma, in questo secondo caso, si osservò, così come riportato nella citata “Relazione”, la presenza di un «secco cadavere, non più intatto come prima, ma caduto e disfatto»; anche «l’odore si sentì quell’istesso che s’era provato nell’anno 1698, ma non tanto vivace». Nella realizzazione del nuovo sepolcro vi furono collocati due leoni marmorei in atto di riposo, reggenti un sarcofago, mentre sul marmo venne scolpita la seguente iscrizione in latino (dalla traduzione): «Vincenzo Napoli, Troinese, Vescovo di Patti. Insigne per virtù in sommo grado eroiche e anche per miracoli. Morì il 23 agosto 1648. Nell’anno 39° del suo Vescovato». In effetti, secondo accreditati studi, la salma del vescovo Napoli fu tumulata in un sepolcro vuoto, il quale in origine avrebbe dovuto accogliere le spoglie dell’inquisitore Bartolomeo Sebastian, morto nel 1568.
Il culto nei riguardi di questo grande benefattore proseguì negli anni, tanto che un successivo vescovo di Patti, mons. Carlo Mineo, nel 1765 fece compilare una biografia del Napoli servendosi di due eruditi discendenti dello stesso vescovo: Marco Antonio Napoli di Troina ed Antonio Napoli di Palermo. Ma tale studio, pur completato, non fu mai pubblicato anche se custodito e tramandato da privati cittadini.
Sempre a cura di mons. Mineo fu fatta stampare una immagine del Napoli, della quale una è conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Troina, al fine di essere ampiamente diffusa, rappresentato nell’atto di erogare elemosine ai poveri. Venne, altresì, aperto un processo per raccogliere le testimonianze di grazie già ottenute da diversi fedeli.
Nella cattedrale di Patti è conservata una tela che raffigura mons. Napoli seduto in paramenti vescovili, mentre altra tela, dipinta da Raffaele Genovese nel 1864, è conservata nella natia patria, presso l’aula magna dell’istituto Napoli-Bracconeri a Troina e, in tempi recenti, trasferita nella biblioteca comunale dell’ex monastero degli Angeli; l’immagine riporta la figura del vescovo in mozzetta e rocchetto, con la mano destra in atto di saluto, quasi benedicente; sullo sfondo la mitra, il bacolo ed il pallio arcivescovile; in basso alla tela si legge questa iscrizione: VINCENZO NAPOLI TROINESE VESCOVO DI PATTI ILLUSTRE PER OPERE DI BENEFICENZA E PER MERITO DI SANTE VIRTÙ MORÌ AL 25 AGOSTO 1648. QUESTA GIOVENTÙ STUDENTE DEL 1864 IN SEGNO DI GRATITUDINE A LUI QUAL FONDATORE.
Attraverso le disposizioni testamentarie, redatte il 22 luglio 1644, quattro anni prima della sua morte, l’intero patrimonio costituito da beni mobili, argenti ed altri cespiti descritti ed annotati in un inventario curato dal notaio Placido Tinghino di Patti, passò a favore dei nipoti Giuseppe e Antonino di Napoli del quondam Rocco. Altre 58 onze annuali furono legate a favore della città di Troina per il maritaggio o per il monacato di consanguinee, rendita aggregata a quella del quondam Geronimo di Napoli suo avo; tale somma sarebbe servita annualmente a soddisfare quattro matrimoni o monacati ma, a partire dal quinto anno, se non fosse avvenuto alcun maritaggio o monacato, la predetta somma sarebbe stata elargita in elemosine ai poveri di Troina.
Un importo non indifferente, pari a 1200 onze, sarebbe poi andato al monastero di Montecassino; infatti, non è un caso che nel testamento venga ricordato questo monastero, poiché il vescovo ritornando da Roma per la visita ad limina Apostolorum (visita che ogni cinque anni i vescovi compiono a Roma per incontrare il Papa, visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo e presentare un rapporto pastorale sulle loro diocesi), volle sostare proprio a Montecassino ed, appagando il suo affetto verso il Patriarca d’Occidente, lasciava alla secolare abbazia dei donativi.
Troina nel passato sembrerebbe avere avuto un nutrito numero di benefattori; tra quelli documentati si ricorda Pietro Pipi che lasciò in testamento 30 onze annue, pari al canone ricavato dalle sue terre ubicate in contrada Lavanche, per il legato di maritaggio a ragazze povere. Ancor prima, Pompeo Romano lasciava una rendita all’ospedale Sant’Andrea, mentre il fratello Annibale lasciava il suo patrimonio alla Chiesa Madre.
Verso il 1770, ad opera del concittadino reverendo Federico Napoli, già parroco di San Nicolò la Kalsa a Palermo, per l’educazione delle ragazze, specialmente di quelle orfane, fu istituito il Collegio di Maria, ossia un educandato eretto con l’autorità del Sovrano di allora.
Vi era, inoltre, una soggiogazione di 50 onze annuali gravante sopra il feudo di Casal Carbone, a vantaggio delle “pubbliche scuole di Grammatica, Umanità, e Rettorica” che sul finire del Settecento viene pagata in virtù di una transazione fatta tra i canonici fidecommissari di tale opera ed il barone di detto feudo.
Infine, in epoca più recente, il can. Antonino Napoli, per atto del notaio Nicolò Agrò di Troina del 23 settembre 1809, lasciava un canone di 25 onze per l’educazione dei giovani attraverso l’istituto scolastico Napoli-Bracconeri.
Un lavoro pubblicato nel 1906, a cura della Società Messinese di Storia Patria, dal titolo “Lotte della Città di Patti per la sua libertà e per la sua giurisdizione nel secolo XVII”, di Vincenzo Ruffo della Floresta, è da ritenere una risposta in chiave critica su quanto e soltanto di positivo fu scritto sulla vita di mons. Napoli. La pubblicazione, infatti, descrive un conflitto che nel 1634 venne a crearsi tra i giurati di Patti con il vescovo mons. Napoli per la giurisdizione delle marine di Calcara, Saliceto, San Giorgio e Zappardini. Il vescovo, infatti, rivendicando la giurisdizione di quelle marine alla terra di Gioiosa Guardia, credeva poter fare valere i suoi diritti in qualità di barone di Gioiosa e vantare, altresì, le decime su alcune tonnare, quale quella di Oliveri, cambiando così la giurisdizione reale in giurisdizione episcopale. Nello stesso anno mons. Napoli sollevò anche la questione sui diritti di pascolo, di legnare e di far paglia che i cittadini di Patti avevano su alcuni feudi del territorio, tra i quali sul bosco denominato della Lupa, pertinenza del vescovato. Ma attraverso una lettera del 24 ottobre 1634 i giurati facevano istanza affinché la città di Patti non fosse spogliata in tali feudi dello jus pascendi, diritto ricordato a memoria d’uomo per il pascolo del bestiame. Quindi i giurati chiedevano che il viceré facesse revocare il bando emesso dal vescovo Napoli o, almeno, che la città non fosse spogliata da quel diritto. Il Ruffo della Floresta, autore del menzionato saggio, dopo aver illustrato quei fatti ampiamente documentati, concludeva asserendo che «l’opinione di quei giurati parrebbe urtare con la fama lasciata da quel vescovo per le opere compiute; ma questa contraddizione si spiega benissimo, poiché il vescovo Napoli, pur restando uno dei più illustri vescovi della diocesi di Patti, voleva la grandezza del vescovado sopra tutto e contro tutti. Egli se avesse potuto avrebbe fatto della città demaniale una città episcopale, usurpandone la giurisdizione, rendendo nulli i privilegi della città, spezzando gli ostacoli che si fossero infrapposti al suo sogno megalomane. È ben naturale quindi il continuo conflitto coi giurati, che ai diritti della città gelosamente vigilavano…».
Oggi la figura e la personalità del vescovo mons. Napoli, vissuto nella prima metà del Seicento, sembra che siano state dimenticate, in particolare nella sua città natia, mentre sarebbe opportuno ricordarne la vita e le opere attraverso studi biografici più approfonditi, al fine di comprendere il suo cammino di vita legato alle azioni quotidiane, alla condivisione, alla carità ed all’impegno verso il prossimo, anche se tutto ciò è avvenuto a distanza di qualche secolo.






Nicola Schillaci
