Case rurali e masserie ancora oggi si inseriscono in maniera armonica nella campagna del territorio di Troina; edificate fin dal passato in siti accuratamente scelti, in relazione alla vicinanza ai terreni da coltivare, alla presenza d’acqua (sorgenti, torrenti o fiumi) o in prossimità di trazzere, da abitazioni monocellulari si sono trasformate in abitazioni costituite da più ambienti, fino ad ampliarsi in piccoli centri, successivamente abbandonati o trasformati in villaggi o casali.
L’uomo, sin dalla preistoria, è ritornato in tali siti più volte, poiché erano poche le località che offrivano adeguate condizioni per un insediamento umano stabile; ciò è attestato dalla presenza di materiale ceramico, ritrovato casualmente, riconducibile a diverse epoche storiche rinvenuto su uno stesso sito.
Se in alcune zone della Sicilia prendono slancio e si diffondono i siti rupestri scavati nella roccia, i quali rappresentano non solo una tipologia d’insediamento ma un fenomeno legato a motivazioni d’ordine economico e di sicurezza, per tutto il Medioevo ed anche oltre, la dimora rurale rimane costituita da una costruzione del tipo protostorica, il cosiddetto pagliaio o capanna-pagliaio che, pur con varianti nella forma e nelle dimensioni, risulta vicina al grubì maghrebino, secondo una tipologia diffusa in tutta l’area mediterranea per un lungo periodo; un ricovero e punto di appoggio temporaneo utilizzato dai contadini o dai pastori per riporre gli attrezzi, il cibo e per ripararsi dal sole nelle ore più calde.
Nelle sue linee generali il pagliaio poteva essere ricondotto a due tipologie, delle quali la prima presentava forma conica, realizzato con grossi tronchi, ricoperti di arbusti e zolle di terra che, partendo dal terreno, si riunivano in cima; nella seconda tipologia, su di un basamento realizzato con pietrame posto a secco, senza ricorso a materiale coesivo, veniva alzata una costruzione fatta di tronchi d’albero che reggevano un’intelaiatura di paglia e fogliame impastati con fanghiglia. Tali tipologie di ricovero, costituite da un unico vano a pianta circolare ma anche ovale o quadrangolare e con tetto conico, riuscivano ad accogliere un’intera famiglia, offrendo riparo dalle intemperie o dal caldo e, come negli insediamenti paleolitici, erano prive di linee parallele, angoli retti o simmetrie; la larghezza della muratura faceva sì che l’ambiente interno rimanesse fresco in estate e tiepido in inverno.
Tali capanne ricordano per sommi capi quelle rinvenute nei villaggi preistorici, anche queste a pianta circolare o leggermente ellittica, talvolta quadrangolare, spesso nobilitate da un basamento di macerie a secco, alto in origine un buon metro, e sopra il quale si impostava la parete di pali. Pertanto, si può dire che la capanna-pagliaio rappresenta la forma più elementare e primitiva di abitazione disseminata nelle campagne.
La vita dei pastori nella seconda metà dell’Ottocento viene riportata in una interessante “Descrizione dell’ordinaria abitazione dei pastori in Sicilia”, pubblicata a Mistretta nel 1872 nel Manuale teorico-pratico d’agricoltura e pastorizia adattato all’intelligenza popolare, a cura del sacerdote Gaetano Salamone. Le notizie, che vale la pena riportare così come pubblicate nel menzionato manuale, risultano interessanti forse tanto quanto le inchieste agrarie che si svolsero in quegli stessi anni: «In punti soleggiati, per quanto si può, riparati dai venti e dalle tempeste ed in terra silicea ed asciutta vicino a qualche rivolo d’acqua…ed in un punto per quanto si può, centrale al feudo che serve di pascolo al bestiame, si stabilisce l’abitazione de’ pastori, ed il locale scelto si chiama marcatu. Ivi si forma un muretto, ordinariamente di forma circolare, di pietre a secco, senza calce o cemento, o al più rarissime volte cementato con argilla, del diametro di 4 o 5 metri, alto al massimo un metro e mezzo o due. Sopra a questo muro si pongono de’ travicelli di due decimetri circa di diametro alla base, alti circa 6 metri, detti ciarivuna, distanti mezzo metro circa alla base e riuniti in cima in forma conica, intessuti di verghe lunghe e pieghevoli detti flacuna, quali coverti d’alga di giunchi o da altre simili erbe paludose, o di ginestre o disa, secondo l’opportunità dei luoghi per riparo delle piogge, formano l’abitazione de’ pastori. Al didentro si formano intorno 2 ordini di letti, uno all’altezza di 2 palmi, un altro all’altezza di 6 circa, intessuti di legni per sostegno, detti stacci e coverti di giunchi o altre paglie e frasche, al quale letto [i pastori] danno il nome di jazzu. Alla fine vi formano un fosso attorniato di pietre nel centro del suolo per focolare e lo dicono fucagnu. In tale restrettissima abitazione si ricoverano 12, 16, 20, 24, 30, pastori».
Nel territorio di Troina, in particolare, riferite a queste abitazioni precarie prende il nome anche una località denominata Loggione, il cui toponimo indica una tettoia o un riparo per il contadino, poiché loge, nel francese antico, è la capanna coperta di foglie, mentre loggia o lozza, è un ricovero rudimentale realizzato con pietrame a secco, simile al pagliaio, situato solitamente nell’ambito dei vigneti per offrire riparo al guardiano, denominato vignieri. Tale genere di costruzione si contraddistingueva per la particolare copertura, realizzata a cupola sferica, attraverso delle lastre di pietra, denominate ciappe, incastrate le une sulle altre e sulle quali vi si inseriva della terra per una maggiore coesione. Sui Nebrodi tale costruzione viene denominata cùbburu, in massima parte ormai riscontrabile sotto forma di rudere.
Pagliari, Pagliaro e Pagliarazzi sono i riscontri che si possono osservare nella toponomastica, i quali starebbero ad indicare la presenza di capanne caratteristiche di questi ambienti. Ancora, nel XVII secolo, nelle Foreste di Troina viene attestata, attraverso la documentazione d’archivio, la realizzazione di «mandre, pagliara e logge di ruvoli»; e tale tipologia costruttiva rimane in tutta la Sicilia fino allo scorso secolo.
L’evoluzione del pagliaio e di altre strutture precarie, rispetto alla casa in muratura e con il tetto costituito da travature in legno e tegole, non avviene nel medesimo tempo e per tutte le tipologie di fabbricati; per muratura si dovrà sempre intendere una struttura il più delle volte fatiscente, approntata alla buona, e tale caratteristica doveva avere il cosiddetto casalino, spesse volte menzionato come diruto, voce presente ancora nella documentazione cinquecentesca e rimasta nel dialetto locale per indicare una casa scoperta, spalancata ed abbandonata.
Edifici, questi, collegati all’attività zootecnica con i quali è possibile stabilire il tipo di allevamento presente nel territorio, anche se un buon numero di denominazioni si riferisce prevalentemente agli ovini. La pastorizia, infatti, giocando in queste aree un ruolo importante, prevale sull’agricoltura poiché riesce a sopportare meglio le conseguenze delle contrazioni demografiche ed assicurare all’uomo la nutrizione proprio con le risorse fornite da pecore e capre. In questo contesto sono da annoverare anche le dotazioni di gran quantità di bestiame legate a conventi e monasteri o le liti per il controllo dei pascoli nelle terre demaniali.
I màrcati, dall’arabo marqad = luogo di riposo, erano costituiti da un complesso di ricoveri provvisori, comprendenti la capanna dei pastori e gli ambienti nei quali avveniva la caseificazione, oltre ai recinti per gli armenti. Essi venivano abitati nell’arco di tempo che andava dalla primavera all’autunno, periodo in cui si effettuava la transumanza del bestiame, al fine di poter utilizzare i pascoli di montagna.
La mandra o mànnira, dall’arabo manzrah = area chiusa, rappresenta il tipico ricovero deputato all’allevamento degli ovi-caprini, un’area circondata da siepi o da muri a secco, dove vengono custodite le pecore. Si tratta di strutture, le poche ormai esistenti, diventate oggi testimonianza e segno della cultura materiale; nell’antica toponomastica risalente al 1375, viene riscontrata una località deputata all’allevamento degli ovini, denominata la mandra de Luke, oggi indicata dalla contrada Zotto di Luca.
Tra i nomi di località rimaste a testimonianza di tale genere di allevamento si ricordano il «Feudum seu Marcato di Salici» ed il «Feudum di Schiavuni seu ut dicunt Marcato», attestate nella settecentesca Sacrae Regiae Visitationis a cura del De Ciocchis. Seguono località riscontrate in documenti più recenti: Mandra Vecchia, Mandretti, Marcato della Palomba, Marcatu ‘i Sant’Angiledda, Marcatello, Marcato Nuovo, Montata del Pecoraro, ecc.
Località Aczò, citata nel 1169 e, successivamente, riconfermata nel 1351 con contrada de Azo, è voce che si riferisce al giaciglio degli animali, dal latino jacium, rappresentando quello che ancora oggi viene denominato in dialetto ‘u iàzzu. Era questa un’area scoperta e cinta con siepi o muretti, entro cui si facevano giacere e, pertanto, si custodivano le bestie; anche questa voce sarebbe da assimilare a mànnira.
L’esigenza di proteggere gli animali allevati, soprattutto nelle ore notturne, sembra avere la conferma dalla presenza di muretti, siepi, recinti ed apprestamenti realizzati nell’ambito dei ricoveri, poiché parecchie erano le bestie dalle quali bisognava difendersi; il ricordo dei quali è rimasto nella toponomastica con le contrade denominate Lupo, Volpe, Gatto.
Il toponimo Zactani, attestato nel 1294, voce che prende origine dall’arabo sakan = abitazione o, meglio, dal greco sákanon = recinto, ovile, testimonierebbe anche in questo caso un’area cinta da siepi o da muri a secco, dove venivano rinchiuse le bestie ed avveniva la mungitura, solitamente riferita ai bovini.
Nel XVI secolo compare località Castili, riscontrata per Troina in più zone e riportata anche da Corrado Avolio nel suo Saggio di toponomastica siciliana, pubblicato nel 1899; la voce deriverebbe dal latino medievale cast(r)ilis = ovile, formato da castus, per castrus = montone.
Passando all’allevamento caprino, di un certo interesse risulta il toponimo Tragonum, riscontrato in un documento del 1094, dal quale prenderanno origine le voci dialettali Dragunera o Daunera, località che indicano l’allevamento della capra o, meglio, terreni ripidi e sassosi adatti al pascolo di tale animale. È questa una voce che si riscontra, oltre che nell’ambito del territorio di Troina, anche in quelli di Bronte e di Castel di Iudica; l’Avolio cita ‘a Dragunara a Modica e ‘a Dragunìa a Ramacca, nomi che prenderebbero origine dal greco trhágion = caprile. Toponimi più recenti risultano Caprarìa o Craparìa, luoghi dove si custodivano o si allevavano le capre.
A tal proposito la stessa forma bizantina Dragína, corrispondente alla denominazione di Troina fino alla prima metà del VI secolo, potrebbe essere correlata ad un rapporto col greco tráginos = di capro, dal latino hircinus, derivato di hircus = capro.
Sul finire del XIII secolo inizia a comparire, anche a Troina, la distinzione tra domus terranea, casa unicellulare in cui si svolgeva la vita di tutta la famiglia, e domus solerata, ambiente sempre unicellulare ma raddoppiato dal solaio: al piano terra si svolgevano le attività di lavoro mentre al primo piano si dormiva. Il riscontro in un documento del 1294, riferito alle due tipologie di fabbricati non lascia dubbi: «domos duas contiguas unam videlicet soleratam aliam terraneam». Altri esempi ricorrono in documenti riferiti a periodi successivi e fatta eccezione per quelle strutture più stabili e durature, quali le torri, i mulini ed i fondachi, realizzati in muratura con blocchi di arenaria squadrati, un buon numero di case rurali più stabili viene riscontrato in località prossime all’abitato di Troina, quali per esempio nella Valle San Michele, l’attuale contrada Sotto Badia.
Infine, in tempi più recenti, Casalena, Casa dei Fossi, Casabianca, Casazza e Casotte, sono i nomi di località riportati nell’attuale cartografia IGM, le quali stanno ad indicare delle case rurali o piccoli insediamenti dislocati nel territorio; per quest’ultimo caso si menziona Case Sotto la Badia e Piano delle Case. Il Magazzinaccio, località posta nella parte meridionale del territorio, indicherebbe la presenza di un ambiente dove venivano conservate le derrate alimentari, un antico granaio.
La distinzione fra case poste nell’extra-moenia e case poste in prossimità o all’interno dell’abitato di Troina non risulta netta; si ricorda una domus, in un documento del 1327, in contrada de Scalforiu, oltre ad un casalinum, attestato nel 1339, in località Porta di Cuzaniti. Infine, un hospicium con turrecta, sempre in contrada Valle San Michele, attestato nel 1375; L’hospicium si riferisce ad un luogo di accoglienza per viaggiatori, un edificio dove forestieri e pellegrini potevano trovare temporaneamente alloggio ed assistenza.
Si arriva, infine, alla masseria o massaria, tipico fabbricato rurale siciliano, antico insediamento agricolo la cui storia è legata a quella del feudo e del latifondo. Questo termine, se in un primo momento indica la grande proprietà tardo-romanica, passando per quelle forme di sfruttamento agricolo del territorio tipico del basso Medioevo (fari massaria), in un secondo tempo indica anche l’edificio, punto di appoggio dell’impresa agricola.
Fra tardo antico e prima età bizantina, la massa rappresenta una estesa proprietà terriera con al centro un complesso di edifici, la cosiddetta villa rustica, facente parte di quell’immenso patrimonio fondiario siciliano legato alla Chiesa.
In questo contesto, il latifondo, declinato sotto i musulmani, ricompare con i normanni, ricostituendosi attraverso la pastorizia e la cerealicoltura estensiva; ma ancora, fino a questo periodo, il termine massaria indica un territorio rurale ed un modo di organizzare la produzione agricola. Non grandi edifici ma qualche pagliaio che serve ad alloggiare gli aratori ed i mietitori per il tempo strettamente occorrente alle operazioni colturali. Fari massaria, pertanto, significa prendere in affitto per brevi periodi, di solito per tre anni, un feudo o una porzione di feudo e coltivarlo a grano.
La voce massaria, intesa come complesso edilizio avente una tipologia ben definita, si può riscontrare già in questo territorio a partire dalla seconda metà del ‘300 (tenere massaria), anche se ottiene una certa diffusione nel ‘500; a questo punto, la massaria diviene un’azienda agricola stabile con un complesso di edifici.
Generalmente, la massaria era costituita da un agglomerato di costruzioni basse e terranee che, a volte, chiudevano un cortile, il cosiddetto baglio. Vi si potevano distinguere la casa padronale, le stalle (‘i ‘mpinnati), i magazzini (‘i masazena), il fienile (‘a pagghiera); i locali dove era posto il forno (‘a pannittarìa) o si produceva la roba (‘a ribattarìa); altri caratteri identificativi potevano essere la chiesa ed il bevaio (‘a biviratura).
Nella toponomastica del XIV secolo, si riscontrano a Troina masserie nelle contrade Scarigluso e Chappi de Franco; seguono una serie di masserie menzionate nel XVI secolo, quali la massaria di Zaccane, quelle di Ricciardello e di Mendula; infine la massaria Castili.
Uno dei pochi toponimi rimasti e riportati ancora nell’attuale cartografia è Massaria Vecchia, già attestata nel 1573 con la massaria, appartenente alla Chiesa Madre di Troina; tale località è da intendersi non solo come presenza di un edificio adibito a masseria, ma anche come podere o tenuta in cui si faceva massaria. Tra i riferimenti più recenti si fa menzione della massaria della Sorba del Suaro, attestata nel 1741.
Tra le case rurali indicate con Masseria nella cartografia IGM del territorio si annoverano: Acquavena, Epìscopo, Gioitti-De Luca, Giunta, Miraponte, Ospedale, Pisciarò e San Cristoforo.
Altre masserie, pur essendo indicate nella cartografia IGM del territorio con Casa o Case, hanno rivestito tra ‘700 e ‘800 una certa importanza; tra queste si annovera un nutrito numero di edifici che prendono il nome dagli originari proprietari o dalla località nel quele sono ubicati; nel particolare: Alarconi, Casabianca, Blasco, Caiola, Calabrò, Carzopillo, Castiglione, Caucirì, Chiavetta, Ciappulla, Conti, il Corvo, Costantino, Cota, Di Franca, Di Giunta, Ferlauto, Ferraro, Fisigaro, Fiumefreddo, dei Fossi, Franca, Gambuto, Giuliano, Graziano, Gruppera, Imperotta, Casalena, L’Episcopo, Lipari, la Maddalena, Manoce, Marchesini, Mastratico, la Menta, Mezzalora, Miraglia, Monastra, Motta, Napoli, Negroni, Occhiazzi, Pacione, Palmigiano, Pettinato, Pianazzi, Piccioniere, Pintaura, Pirallo, Plumari, Poeta, Polizzi, Pratofiorito, Pricchio, Reali, Rizzo, Rogna, Rossi, Ruggirà, Russo, Saitta, Saluzzo, Santa Domenica, San Francesco, San Paolo, Schiddaci, Schillaci, Schinocca, Sciarette, Siciliano, Sollima, Sorbello, Squillaci, Tomaselli, Treccarichi, Turco, Tusa, Uliveto, Uriazza, Vignuzze, Vinci, Vitale, Sotto la Badia e Viscusi.
Per concludere, si accenna al lavoro presentato dal sottoscritto nel convegno avente per tema “Sicilia Millenaria – Dalla microstoria alla dimensione mediterranea”, tenutosi a Montalbano Elicona nell’ottobre del 2015. In tale occasione venne relazionato uno studio dal titolo Case Caiola: un antico villaggio sui rilievi dei Nebrodi, pubblicato successivamente. In tale lavoro venne messo in rilievo un insediamento della seconda metà del XVIII secolo, costituito da fabbricati posti all’interno di un’area cinta da muretti costruiti con pietrame a secco.
Adagiato sui rilievi meridionali dei Nebrodi, in territorio di Cesarò, il villaggio Caiola, il cui nome è dato dalla contrada omonima attestata già nella prima metà del XIV secolo, rappresenta un esempio di insediamento rurale stagionale, costituito da un cospicuo numero di dimore elementari.
Il sito è posto ad un’altitudine di circa 1000 metri, con esposizione rivolta a Mezzogiorno, in una zona ricca di pascoli, poco distante da una trazzera che permetteva di raggiungere anche un antico mulino, oltre ad un corso d’acqua affluente del torrente Sant’Elia.
L’insediamento, posto all’interno della perimetrazione a muretti, della superficie di poco meno di tre ettari, era in origine costituito da diciassette edifici, non più abitati, che si sviluppavano ad una sola elevazione; di questi, una parte si presenta ancora in forma isolata, quasi tutti a pianta quadra e unicellulare, tali da accogliere, un tempo, una popolazione stagionale di almeno cinquanta abitanti. Altri edifici sono stati riscontrati anche fuori dall’area cinta dai muretti.
Il prospetto principale di ogni dimora presenta una o due porte d’ingresso, ad un solo battente, i cui stipiti sono realizzati in pietra, indifferentemente ad arco o ad architrave. Esigue sono le finestre, per cui l’interno risulta poco illuminato; l’inconveniente veniva attenuato da una finestrella-sportello (purtieddu) priva di vetro, praticata nella porta di accesso. La copertura, costituita da travature che sorreggono il tavolato e le soprastanti tegole (cuvirtizzu), era costituita senza alcun rivestimento interno; grosse pietre poste sulle stesse tegole impedivano ai venti di scoperchiare o danneggiare i tetti. All’interno di ogni abitazione era presente un unico ambiente destinato a cucina ed a zona letto, con al centro un focolare che serviva anche per la lavorazione del latte; poco distanti i giacigli. Alcune di queste dimore, le più ampie, erano ripartite mediante tramezzi in legno o in muratura, ed in questo caso l’area produttiva ed il magazzino si presentavano separati dall’area di riposo. In qualche dimora vi era annesso, nella parte più esterna, anche il forno a legna.
Vi era, comunque, assenza di ogni promiscuità con gli animali da lavoro o di allevamento, poiché questi venivano ricoverati solitamente in attigui ovili denominati manniri e zàccani, costituiti da recinti in pietrame a pianta ellittico-ovoidale.
I caratteri di arcaicità di tali fabbricati sono rappresentati, oltre che dall’assenza di soffittature, per cui rimane a vista l’intelaiatura delle tavole che sorregge il piano di tegole che va a costituire la copertura ad un solo spiovente, anche da una robusta muratura portante perimetrale, costituita da pietre rozzamente squadrate e messe in opera solitamente senza alcuna malta cementizia. Lo spessore di tali muri, oltre a permettere di ricavare qualche nicchia, la cosiddetta azzana, con la funzione di custodire i pochi utensili dell’attività domestica, faceva sì che l’ambiente interno rimanesse fresco in estate e tiepido in inverno. Infine, il pavimento è costituito da lastre di pietra (ciappi), anche se in alcune dimore sono presenti i mattoni d’argilla o, più semplicemente, la terra battuta.
Esternamente, prospiciente ad ogni fabbricato, si apre uno spazio incolto in terra battuta o lastricato, una piccola corte dove spesso una pianta di fico domestico stende i suoi rami davanti alla porta, oppure un pergolato di viti che con lussureggianti tralci appresta ombra in estate, producendo uve gustose in autunno. L’interno di tali dimore risultava privo di qualsiasi forma di arredamento o mobilio, se non per la presenza, oltre che del focolare (furnaca) e del giaciglio (jazzu), di un tavolino (buffetta) e di alcuni sedili (scanni ‘i ferla).
Tra i diversi fabbricati riscontrati nel villaggio Caiola, per ampiezza e caratteristiche costruttive ne primeggia uno in particolare, costituito da un tetto a due falde, inclinate verso i prospetti laterali. Era questo un edificio, anch’esso a due vani, denominato pannittaria, provvisto di un ampio forno che serviva a produrre il pane per i lavoratori giornalieri (jurnatara) impiegati nelle operazioni colturali stagionali dei campi, quale la semina, la scerbatura o la mietitura.
Il sito sopra descritto, pertanto, rappresenta una significativa testimonianza nell’ambito dell’articolazione e della stratificazione storica, antropologica ed urbanistica del territorio nel quale ricade.
Attraverso il lavoro sopra esposto, nella sua interezza, costituito dall’insediamento sparso delle dimore rurali di una volta, risulta possibile far conoscere e valorizzare la cultura meteriale e tradizionale dell’antico territorio di Troina, ossia tutti quei siti compresi nell’architettura definita minore, non necessariamente di grande pregio. Ed all’abitazione rurale, sia essa costituita da pagliai, da case rurali o da masserie, viene riconosciuto «un valore come espressione di soluzioni ecologiche, di situazioni economiche, di tradizioni popolari, di rapporti di lavoro», così come si legge nell’interessante lavoro svolto da Barbieri e Gambi, risalente al 1970, dal titolo La Casa rurale in Italia.
Nicola Schillaci
