L’entroterra siciliano come meta di ‘confino’ per i brigatisti e gli eversivi

Sul finire degli anni ’70 del secolo scorso, in piena lotta al terrorismo, la Sicilia interna e rurale divenne la meta più indicata per i provvedimenti di ‘confino’ presi nei confronti dei sospettati di fiancheggiamento delle attività eversive delle Brigate Rosse e i paesi che per primi vennero individuati per ospitarli furono quelli di Troina, Agira e Capizzi.

I casi più eclatanti, riportati dai quotidiani e settimanali nazionali di allora, furono quelli di Heidi Ruth Peisch, moglie del brigatista rosso Piero Morlacchi e di Rosella Simone, moglie di Giuliano Naria, più noto ideologo e attivista dello stesso gruppo sovversivo e clandestino, segnalate e proposte per il confino perché sospettate di condividere le scelte politiche dei consorti che erano già stati condannati e incarcerati e potevano quindi fare da tramite tra loro e il resto dell’organizzazione.

Per allontanarle dai mariti e dall’ambiente politico della lotta armata, non vi era altra strada che farli soggiornare in posti inaccessibili a pericolose relazioni. Le alture di Agira e di Troina parevano prestarsi bene al caso. Ad Agira sarebbe dovuta andare la Peisch e a Troina la Simone, anche se nessuna delle due riuscì ad arrivare in Sicilia, forse per la forte campagna di stampa che settimanali come L’Espresso, Panorama e blasonato Almanacco Bompiani, fecero nei confronti di un provvedimento giudiziario che le metteva alla stregua di sanguinari mafiosi, ai soli che sino ad allora era riservato il confino giudiziario.

La Simone, peraltro, in un’intervista del 12 settembre del 1978 al quotidiano ‘Lotta Continua’, lamentando il fatto che, costretta al confino, non avrà la possibilità di vedere il marito e non potrà insegnare, confida ad una giornalista del foglio dell’estrema sinistra: “Sono terrorizzata, mai avrei pensato al confino, ora mi dicono che potrei essere confinata a Troina, in provincia di Enna, un paesino scelto con il lanternino, piccolo, il più retrivo possibile, da quello che mi hanno detto. Io lì con la targhetta di terrorista sulla fronte, a Troina, come minimo, sarei la puttana di turno”.

Toni esagerati e, senz’altro, valutazioni inesatte, quelle della Simone, su un paese che, proprio in quegli anni viveva invece un fervente e ‘moderno’ protagonismo politico, anche giovanile: per esempio, come documenta la tesi di laurea di un giovane troinese, Salvo Pacino, era attiva una delle più originali, innovative e politicizzate tra le radio libere siciliane del periodo: Radio Popolare Troina.

E se a salvarsi dal confino in Sicilia, furono la Peisch e la Simone, non vi sfuggì invece Pietro Villa, un operaio milanese della Sit-Siemens al quale in una perquisizione domiciliare trovarono un volantino delle Brigate Rosse. Sotto controllo perché attivista in fabbrica e militante di Autonomia Operaia, Villa viene condannato nel ’79 a scontare cinque anni di confino a Capizzi. Il suo caso divenne noto grazie ad un’inchiesta di ‘Lotta Continua’, in cui si legge: “per arrivare a Capizzi il viaggio è stato lungo e faticoso. Descrivere le ore trascorse in macchina, ed i paesaggi visti, significherebbe raccontare la storia stessa dell’ isola nella quale ci siamo trovati. Se per turismo ne dovessimo parlare, conteremmo di paesaggi suggestivi e meravigliosi nella loro natura ma sarebbe assurdo limitare tutto ciò con il termine ‘suggestivo’, poiché l’isolamento, la natura mutevole di questi luoghi ci ha indotto a chiederci quale sarebbe stata la vita di un ‘confinato’, tolto dalla grande metropoli e condotto tra genti il cui stesso linguaggio sarebbe stato incomprensibile”. I giornalisti della sopracitata inchiesta accoglievano poi la testimonianza di Villa: “la cosa più allucinante nei primo giorni era quando ritornavo la sera nella stanza, la sera in questa stanza c’è un’angoscia incredibile…peggio che stare in carcere, dove c’è almeno la possibilità del colloquio con gli altri detenuti”. Ma anche alle sue osservazioni sulla vita del paese, e sui giovani Villa rilevava che “in maggioranza sono studenti fuori e tornano nei mesi estivi. Passano le giornate al bar e il sabato e la domenica passeggiando nella strada principale dove si guardano da lontano con la ragazza, si guardano negli occhi senza nessun tipo di rapporto, ecco perché l’unica cosa di cui riesci a discutere sono le ragazze. Però qui i ragazzi hanno una visione mitica della grande città, dove, come dicono, puoi farti la ‘scopata’ mentre qui la cosa è abbastanza allucinante. Questa visione qui ce l’hanno tutti, dai giovani del Msi e sono parecchi a quelli del Pci”.

A settembre, sulla scorta dell’inchiesta di Lotta Continua si forma a Milano un Comitato per l’annullamento del confino a Villa, che propone tra l’altro, in vista del processo d’appello promosso dai suoi avvocati e che dovrà svolgersi ad ottobre, l’organizzazione di un convoglio speciale formato da compagni, amici e parlamentari che vadano a Capizzi. Il convoglio, però, non approderà mai a Capizzi, e un primo epilogo della vicenda del confinato Villa si avrà con la sentenza del 24 ottobre del 1979, nella quale viene riconosciuto che le condizioni di vita a Capizzi “non gli consentono la sopravvivenza”, poiché nel paese messinese non gli sarà facile trovare lavoro e si dispone, quindi, il suo trasferimento a Lugo dei Marsi, dove lo stesso Villa ha chiesto di andare.

La Sicilia, quaranta anni fa, era ridiventata terra per confinati politici: non più quella delle assolate isole, come era stata nel ventennio fascista, ma quella degli isolati e montuosi paesi dell’interno.

 

Silvestro Livolsi

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