La scarcerazione di Brusca è una vittoria o una sconfitta dello Stato?

Nelle ultime ore ha destato parecchia indignazione nell’opinione pubblica la scarcerazione del boss mafioso e pluriomicida Giovanni Brusca. Lo “scannacristiani”, come veniva soprannominato, è tornato in libertà dopo 25 anni di carcere al 41 bis. Per i prossimi 4 anni vivrà sotto protezione in una località sicura, come previsto dall’accordo per i collaboratori di giustizia. Già, perché l’ex braccio armato di Totò Riina è un pentito ed è stato egli stesso ad aver detto di essere «un animale», di aver «lavorato per tutta la vita per Cosa nostra», uccidendo «più di 150 persone e di non ricordarne neanche il nome di tutti». Tra i crimini più feroci riconosciuti al boss di San Giuseppe Jato ci sono l’azionamento della bomba che uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta nella strage di Capaci, e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il cui corpo fu anche sciolto nell’acido.

Come dicevamo, la notizia è stata accolta con parecchia indignazione, specialmente sui social, dove diversi utenti si sono chiesti che valore abbia il concetto di “giustizia” nel nostro Paese dopo un episodio del genere. Può effettivamente un tale criminale essere liberato dopo soli 25 anni per tutto il male arrecato allo Stato e alle famiglie delle vittime? La domanda è sicuramente lecita, e a provare a rispondere ci ha pensato, attraverso un post sui suoi profili social, l’ex presidente del Senato della Repubblica Pietro Grasso, già collaboratore dei giudici Falcone e Borsellino prima che questi ultimi venissero uccisi: «Il dolore e la rabbia delle vittime e dei loro familiari li comprendo e li rispetto nel profondo. Eppure non vedo scandalo nella notizia di ieri, peraltro nota e attesa da molti anni. Con Brusca, infatti, lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella: la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai».

Grasso nel suo post ricorda dunque che è la legge a prevedere uno sconto di pena per chi collabora. Una legge (emanata il 15 marzo del 1991) fortemente voluta dallo stesso Giovanni Falcone che aveva capito l’importanza della figura del collaboratore di giustizia nella lotta alla mafia.

Un altro contributo, nella giornata di ieri, è stato offerto dalla sorella del giudice Falcone che ha lanciato un messaggio chiaro: «Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che la magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno».

L’opinione pubblica rimarrà comunque divisa. È giusto rispettare i patti con chi si è macchiato di crimini così gravi? Sarebbe il caso di inasprire le leggi che riguardano i collaboratori? Sono domande legittime, le quali fanno emergere tutta la rabbia della gente perbene che crede nei valori della giustizia e della legalità.

Dall’altro lato bisogna ricordare, però, che stiamo continuando a combattere una guerra e come ha dichiarato ieri Salvatore Borsellino, fratello di Paolo «in guerra è necessario anche accettare delle cose che ripugnano».

Dal canto nostro ci auguriamo che lo Stato, dopo aver mantenuto la parola sulla scarcerazione, continui a sorvegliare l’operato di Brusca, e che le testimonianze rese da quest’ultimo possano essere davvero utili per sconfiggere quel cancro chiamato mafia che da decenni affligge la nostra società.

FABRIZIO TOMASI

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