La rivolta popolare di Troina del 18 febbraio 1898 contro i ricchi proprietari terrieri

Ricorre il 125° anniversario della sommossa contadina, che ebbe una grande risonanza nazionale ed internazionale. Dei fatti accaduti a Troina in quel tragico 18 febbraio 1898, in cui caddero 8 contadini colpiti a morte dal piombo sparato dai soldati ed altri 500 furono feriti, si occuparono i più importanti giornali italiani e persino il quotidiano francese Le Figaro.
Silvestro Messina, uno del gruppo di 5 storici locali che svolgono con passione il compito di conservare e tramandare la memoria della storia di Troina, ci ha dato le fotocopie di un trafiletto comparso sul Giornale di Sicilia del 19 febbraio 1898, che dava la notizia di quanto era accaduto il giorno prima a Troina, e del lungo articolo comparso su Roma, rivista politica parlamentare il 27 febbraio 1898.
Il quotidiano palermitano così dava la notizia ai suoi lettori di 114 anni fa: “Giungono gravissime notizie da Troina. In seguito a violenta dimostrazione popolare è scoppiato un conflitto tra i dimostranti e la forza pubblica. Deploransi 4 morti e numerosi feriti. Dicesi che siano stati feriti un tenente di fanteria e un delegato di P.S. Stasera è partito per Troina in treno speciale, il prefetto conte Capitelli, il maggiore e un capitano dei carabinieri e una compagnia di fanteria”.

Sulla rivista romana, nel lungo articolo dal titolo “I disordini di Sicilia” scritto da un tale che si firmava Uno di Palazzo Madama, un senatore seguace di Francesco Crispi che volle conservare l’anonimato, c’è un’analisi delle cause della rivolta dei contadini troinesi, messa a confronto con quello che era accaduto 5 anni prima, nel 1893, con il movimento dei Fasci dei lavoratori: “I gravi fatti di Troina sono di un importanza sintomatica eccezionale. Siamo nell’identica condizione riguardo la Sicilia di cinque anni addietro. L’agitazione odierna siciliana si presenta anzi più allarmante di quella del dicembre 1893, perché allora i contadini e le loro donne andavano in giro nel 1893 ad incendiare i casotti daziari ed assaltare i municipi, disarmati, muniti solo di qualche bandiera e dei ritratti del re e della regina. Oggi, invece, a Siculiana, a Troina, a Modica, i contadini si sono presentati armati e la loro dimostrazione è stata sin da principio violenta ed aggressiva. La cagione dei nuovi disordini deve dunque ricercarsi nel malessere generale delle popolazioni dell’isola e nella disperazione dei lavoratori. Il grido della rivolta era “Avimu a fame”.
Nel freddo inverno 1897/1898, il pane, alimento base dei contadini, era scomparso dalle loro tavole, per effetto della cattiva annata agraria e per la riduzione delle importazioni di frumento dalle Americhe a causa della guerra tra USA e Spagna per la questione di Cuba.

Nel ricordare quegli 8 contadini troinesi, che furono le prime vittime della reazione delle classi dominanti di allora, i proprietari terrieri e della nascente borghesia industriale, che ebbe il suo apice nel mese di maggio del 1989 quando a Milano il generale Bava Beccaris represse a cannonate la manifestazione popolare contro l’aumento del prezzo del pane, uccidendo 50 manifestanti, vogliamo rendere loro omaggio riportando dei brani del famoso articolo dal titolo “Ci buffuniano” scritto da Filippo Turati e comparso su “Critica Sociale” nel numero del 1 marzo 1898: “Raccontano i giornali che allorquando, la mattina del 18 febbraio, nell’alpestre Troina barricata dalla neve, la folla cenciosa tremava di freddo sulla piazza del Comune, nell’attesa della prima distribuzione di frumento una donna macilenta e lacera – una megera per usare lo stile dei gazzettieri – uscita a mani vuote dal Municipio per non avervi ottenuto l’invocato soccorso, si rivolse furibonda alla folla esclamando: “Nun viditi ca ci buffuniani?” (Non vedete che ci corbellano?); e questo fu come un segnale del tumulto, che si chiuse indi a poco con sette cadaveri – tutti come sempre di contadini inermi – con un numero indeterminato di feriti, col gremirsi delle carceri, e con centinaia di latitanti alla campagna. Il motto vernacolo della miseria, la quale sta ora meditando nelle prigioni di Nicosia quanto costi, al lume di certi giubilei, il lasciarsi scappare, “in un luogo pubblico od aperto al pubblico”, un brandello qualsiasi di verità, è assai più profondo di quanto non sembrasse all’improvvisata concianatrice plebea. Forse ella pensava soltanto, in quel momento, alle tradite promesse del sindaco e cavaliere Federico Sollima e degli altri cappeddi e galantuomini del luogo, i quali di fronte alla fame atroce di un borgo di 10.000 abitanti avevano pensato di distribuire (Oh! sublime generosità di quei possidenti) la somma cinquecento lire e di istituire…un monte frumentario.
Comunque, quel motto, che la folla esasperata raccolse come l’espressione di un comune sentimento lungamente covato, riassumeva bene la situazione non di Troina soltanto e della Sicilia – ma dell’intero paese”.

Silvano Privitera

Condividi su:

You cannot copy content of this page

blank

Seguici su