La (non) storia di Borgo Giuliano (Prima Parte)

1.Introduzione

Il 20 febbraio 2024 abbiamo pubblicato nelle “Pagine di Storia” di “94018.it” un nostro saggio sulla storia del borgo fantasma di Carcaci che sorge lungo la statale 575 da Troina in direzione di Catania. Completiamo ora la miniserie con un secondo saggio. Su un altro borgo fantasma non lontano da Troina: Borgo Giuliano, più precisamente Borgo Salvatore Giuliano. Tutte le volte – decine, centinaia – che abbiamo percorso la statale 120 in direzione di Cesarò, San Teodoro, Bronte, Randazzo, San Fratello, Nebrodi, costiera tirrenica chissà quante volte, poco più di dodici chilometri dopo Troina, al chilometro 151 della 120, ci siamo ritrovati alla nostra sinistra i ruderi dei suoi edifici. E chissà quante volte ci siamo chiesti quando sono stati costruiti e quale è la storia di quel villaggio disabitato ancora più vicino a Troina di Carcaci. È giunta l’ora di conoscerla. In realtà si tratta di una (non) storia. Capiremo poi perché abbiamo adottato questa definizione. Tuttavia le fonti documentali esistono. Numerose e circostanziate. Sia saggi storici e tecnico-ingegneristici sia blog e siti a prevalente contenuto turistico ed escursionistico consentono di accedere ad una ampia mole di informazioni. Imponente anche la disponibilità di foto sul villaggio e i suoi ruderi. Applicando un metodo di analisi storica che ci è congeniale, non useremo le informazioni solo come base documentale ma spesso le inseriremo direttamente in pagina facendole diventare parti integranti della narrazione. Questo approccio renderà ancora più completa e, soprattutto, interessante la rivisitazione della (non) storia di Borgo Giuliano.

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Borgo Giuliano a lavori quasi ultimati nel 1940. Immagine del fotografo palermitano Eugenio Bronzetti. (Foto da “ReportageSicilia. Blogsport.com”).

 

2.I nuovi borghi rurali. Ovvero come abolisco il latifondo in Sicilia. O no?

Vincenzo Sapienza, ordinario di Architettura Tecnica nel Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania, è uno dei più autorevoli studiosi delle vicende dei cosiddetti “borghi storici” siciliani. Ai quali ha dedicato molte pubblicazioni. Scrive il professore Sapienza: “Il 20 ottobre 1940 segna una data fatidica per la storia della architettura, quanto meno per il capitolo di essa scritto in Sicilia. In quel giorno infatti si diede avvio alla costruzione della “città rurale”, ossia il modello di insediamento ideato da Edoardo Caracciolo per la riqualificazione delle aree rurali dell’isola. L’avvio di una trasformazione territoriale su vasta scala destinata, almeno nella mente dei suoi ideatori, ad un radicale cambiamento della struttura economica e sociale è senz’altro un evento di rilievo, soprattutto se localizzato in una regione votata alla conservazione dello status quo, come la Sicilia.

L’economia delle aree rurali siciliane, all’epoca, aveva un’impostazione di tipo latifondistico (coltivazione di tipo estensivo con contratto a gabella), che veniva additata dagli studiosi del settore come principale causa dell’arretratezza della regione. Il governo fascista, dopo varie esitazioni e false partenze, avviò l’assalto al latifondo, nell’adunata del luglio 1939 a Roma, vale a dire un gigantesco intervento di ristrutturazione socioeconomica.

Con la legge n. 1 del 2 gennaio 1940 l’Istituto Vittorio Emanuele III per il Bonificamento della Sicilia, fondato nel 1925 per dare atto al programma di bonifica integrale, venne trasformato in Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano (ECLS) e affidato alla guida di Nallo Mazzocchi Alemanni. Questi decise di adottare come modello la città rurale di Edoardo Caracciolo e ne avviò la costruzione con una solenne cerimonia, svoltasi contemporaneamente in tutti i siti interessati, in quel fatidico 20 ottobre 1940, di cui si è detto.

Caracciolo individuava due elementi essenziali nella natura della città: la residenza e le attrezzature di servizio. Nella prima categoria rientravano tutti i tipi residenziali, nella seconda tutte le altre costruzioni necessarie allo svolgimento delle attività umane. Mentre nelle aree urbane convenzionali queste attività sono sovrapposte e reciprocamente intrecciate, il Caracciolo le immaginò separate fisicamente, oltre che concettualmente: la residenza, costituita da piccole case unifamiliari sparse nel territorio, con il loro podere di pertinenza; le attrezzature di servizio, concentrate in una serie di borghi rurali, dislocati con frequenza assegnata.

L’ECLS provvide quindi a calare il modello teorico delineato da Edoardo Caracciolo in varie aree latifondistiche, “conche di spighe arse dal sole, senza né alberi né case, dove l’uomo si fa ombra da solo” (cfr. Maria Accascina, I borghi di Sicilia, in «Architettura», anno XX, fascicolo V, maggio 1941). In circa due anni di attività vennero costruite 2.684 case coloniche e tredici borghi rurali, distribuiti in varie provincie; le attività vennero poi sospese per l’incrudimento delle attività belliche. I borghi erano formati dalla chiesa, la scuola, la Casa del Fascio, l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, l’ambulatorio medico, la rivendita di beni di prima necessità, il più delle volte articolati intorno ad una piazza.

È del tutto evidente che, al di là della limitatezza dei fondi destinati agli interventi ed alle difficoltà legate al contemporaneo svolgimento delle attività belliche, la città rurale del Caracciolo costituiva una “diminutio” rispetto ai modelli analoghi. La celebre Carta di Atene (1933) su cui Le Corbusier ad un decennio di distanza avrebbe modellato i già citati “tre insediamenti umani”, condensava le attività del vivere in quattro categorie: abitare, lavorare, circolare e ricreare il corpo e lo spirito.

La città rurale di Edoardo Caracciolo era carente in almeno due di tali categorie: la circolazione era esclusivamente pedonale, un anacronismo già all’epoca; la dotazione di servizi era così striminzita, da non lasciare spazio ad alcuna attività di svago.

Malgrado il sostanziale fallimento dell’operazione intrapresa dal governo fascista, insuccesso che verrà bissato dalla Riforma Agraria avviata nel decennio successivo, la componente edilizia, cioè gli edifici realizzati, costituiscono un lascito rilevante”. (Vincenzo Sapienza “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS” in “Agorà” n. 44/2013)

In questo contesto storico, agricolo, ambientale, architettonico si colloca Borgo Giuliano. Ma, prima di entrare nelle tormentate vicende della sua costruzione, soffermiamoci ancora sul complessivo programma realizzativo. Ernesto Oliva, ora giornalista della TGR Rai di Palermo, ci fornisce ulteriori elementi di conoscenza e riflessione su quel piano costruttivo che aveva l’ambizione di coniugare agricoltura e architettura. Scrive Oliva su “ReportageSicilia.it” il 10 giugno 2012 in un articolo intitolato “I borghi fantasma dell’isola”: “Il progetto – partendo dalla costruzione ex novo di otto insediamenti agricoli – fu quello di favorire allora una corretta colonizzazione del latifondo isolano, stimato nel 1940 in 500.000 ettari.

La prosa retorica dello scrittore milanese Carlo Emilio Gadda, nel marzo del 1941, descrive i contenuti di quel piano edilizio. “La colonizzazione, voluta ed ideata dal Duce – scrisse Gadda sulla rivista del TCI (Touring Club d’Italia, n.d.r.) ‘Le Vie d’Italia’ – si attua in sede tecnica sotto le ferme direttive dell’Eccellenza Tassinari, ministro per l’Agricoltura e le Foreste, secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentori della bonifica, arrivano già oggi alla casa: l’Ente Autonomo per la Colonizzazione si occupa intensamente dei lavori di captazione, adduzione e distribuzione delle acque, nonchè degli accessi ai poderi. Compito esclusivo del borgo è quello di garantire tutti i servigi indispensabili al vivere della gente sparsa nei luoghi del lavoro, cioè nelle case rurali che sorgono o sorgeranno entro il raggio di influenza del borgo stesso. Questo raggio di influenza è stato valutato con prudente criterio a 5 o 6 chilometri, per modo che la zona di influenza si estenda ad una superficie di circa 10.000 ettari, ossia 100 chilometri quadrati, e non più”.

Ad ogni villaggio fu dato il nome di un “eroe” caduto durante l’età del Ventennio e prima del secondo conflitto mondiale vennero completati i borghi Bonsignore (Ribera), Gattuso (Caltanissetta), Cascino (Enna), Fazio (Trapani), Giuliano (Messina), Lupo (Mineo), Rizza (Carlentini) e Schirò (Monreale).

Dopo l’istituzione della legge sulla costruzione dei borghi agricoli isolani – nel gennaio del 1940 – furono costruite un totale di 2507 case coloniche; altre 300 erano in costruzione quando il regime fascista trascinò l’Italia nel conflitto, facendo della Sicilia uno dei principali terreni di guerra nel Mediterraneo.

Di fatto, il progetto dei borghi fu interrotto od eseguito in maniera precaria, con materiali edilizi di scarsa qualità.

A decretarne il suo definitivo fallimento furono gli anni del dopoguerra e delle tante occasioni di sviluppo perse dall’Autonomia della Regione.

L’ERAS – l’Ente Riforma Agraria Siciliana, costituto nel 1950 per succedere all’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano – diede prova di quello che l’inchiesta di Giuseppe Grazzini definì ancora come “un semplice ed impressionante compendio di tutte le circostanze nelle quali la rettitudine dei singoli e le strutture amministrative della Regione, teoricamente valide, scompaiono nel grande assalto alla diligenza”. (Sull’articolo di Grazzini torneremo nella parte finale di questo lavoro, n.d.r.)

Pur avendo ottenuto dallo Stato un contributo iniziale da 120 miliardi di lire – fondi calcolati su un milione per ettaro, in rapporto alla superficie della Sicilia destinata allo scorporo – l’ERAS poco fece per l’impiego concreto delle ingenti risorse, e nulla per il completamento dei borghi rurali costruiti prima della guerra.

Il criterio della dirigenza dell’Ente fu semmai quello di costruire una nuova trentina di borghi – scelta che alimentava ben più appetibili appalti – o di favorire un massiccio allargamento della sua pianta organica, che passò dai 200 dipendenti ai quasi 3.000, ovviamente con motivazioni clientelari.

Oggi il degrado strutturale e l’abbandono dei borghi agricoli siciliani raccontano la storia di uno dei molti fallimenti della politica regionale, capace di mortificare energie e potenzialità economiche isolane”. (Ernesto Oliva “I borghi fantasma dell’isola” in “ReportageSicilia.blogspot.com”, 10 giugno 2012).

Con il contributo di Oliva sopra riportato la visione d’assieme si spinge fino agli anni ’60 od oltre.

Osserva conclusivamente il professore Sapienza: “Come già accennato nel corso della trattazione la cerimonia del 20 ottobre 1940, a cui si faceva riferimento in apertura, può essere considerata l’ennesima conferma del gattopardesco epitaffio «bisogna che tutto cambi perché tutto rimanga com’è», lanciato sulle aspirazioni di rinnovamento nell’isola, e non solo. La città rurale di Edoardo Caracciolo fu una delle pagine più rappresentative di quell’enorme racconto di sogni, speranze, lacrime e delusioni che fu la riforma agraria in Sicilia; un romanzo sul quale non è ancora stata segnata la parola fine. Quel che ne resta oggi sono una serie di borghi, più o meno abbandonati, più o meno cadenti, la cui salvaguardia dovrebbe essere considerata una priorità. La cifra architettonica che essi esprimono, non indifferente se si considera che per la loro progettazione vennero chiamati in causa una schiera di giovani progettisti di belle speranze (per molti di loro realizzate) da Giuseppe Marletta a Francesco Fichera, da Edoardo Caracciolo a Luigi Epifanio; il giusto connubio tra il professionista e l’erudito, architetto e l’urbanista, il razionalista ed il tradizionalista”. (Vincenzo Sapienza, “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS”, opera citata)

 

3.”Salvatore Giuliano. Chi era costui?”

Ma se sul piano architettonico non mancarono edifici di notevole interesse (non certo a Borgo Giuliano) sul piano funzionale l’esperienza, come stiamo toccando con mano, si rivelò foriera più di svantaggi che di vantaggi. A Borgo Giuliano forse più che altrove. “Nato in periodo fascista, il borgo Giuliano si presenta in uno stato di totale abbandono determinato proprio dalla filosofia che dettò la nascita di alcuni borghi rurali soprattutto in Sicilia. Non case per i contadini ma per la piccola borghesia (chiesa, scuola, ufficio postale) che avrebbe dovuto supportare il territorio circostante. “… piccola capitale funzionalistica senza stento e senza gravezza di plebe…” li definí con sintesi efficace Carlo Emilio Gadda ne “La nuova antologia”.” (www.etnanatura.it)

Anche Enzo Catania (20 giugno 1940-24 gennaio 2024) come Oliva è stato un giornalista e scrittore. Originario di San Teodoro e legatissimo alle sue radici, nel corso di una brillante carriera giornalistica è stato a Milano anche direttore del quotidiano “Il Giorno”. Catania è conosciuto a Troina, l’unico giornalista che abbia scritto un libro-intervista su padre Luigi Orazio Ferlauto (2 luglio 1922 – 12 settembre 2017) fondatore dell’istituto “Oasi” (“Faccia a faccia con padre Ferlauto”, 2004). Nel 2006 per la Agar Edizioni Catania pubblica il libro “San Teodoro perla dei Nebrodi” e un ricco capitolo intitolato “Borgo Giuliano: nascita e rinascita” è dedicato al villaggio rurale. Ecco come il direttore Catania narra le vicende collegate alla edificazione di Borgo Salvatore Giuliano e, prima ancora, alla scelta di quel nome e cognome così ingombrante che negli anni seguenti avrebbero creato non pochi malintesi: “Borgo Giuliano nacque in base alla legge del 2 gennaio 1940, detta anche “legge Tassinari”, dal nome di Giuseppe Tassinari, uomo politico perugino del 1891, morto a Salò nel 1944, noto docente di scienze agrarie e membro del Gran Consiglio del fascismo, nonché ministro dell’Agricoltura. Dalla sua produzione scientifica, dedicata ai problemi di economia e politica agraria, anche in seguito scaturirono studi sui fondi frammentati, sulla bonifica e sulla distribuzione del reddito dell’agricoltura italiana. Poiché allora San Teodoro era ancora comune di Cesarò, l’iniziativa di Tassinari che incluse Borgo Giuliano tra gli otto borghi rurali – modello dislocati su scala nazionale (di cui ben tre in Sicilia) – investì d’ufficio l’allora podestà di Cesarò, avvocato Nino Leanza, il quale propose di intitolare il borgo alla memoria di un caduto, Salvatore Giuliano, un soldato di Roccella Valdemone molto popolare in provincia di Messina in quanto decorato con la medaglia al merito di guerra per il suo eroismo in Africa Orientale. In quel 1940 l’omonimo Salvatore Giuliano di Montelepre aveva appena 18 anni e sarebbe diventato bandito solo il 2 settembre 1943. Ragion per cui la proposta dell’avvocato Leanza di intitolare il borgo al prode soldato peloritano, non potendo creare confusioni di sorta con altri nomi chiacchierati e ricorrenti sui mass media per fenomeni contrari alla legalità, venne accolta con entusiasmo per l’ovvia fatto che in epoca fascista l’orgoglio per quanti cadevano per la patria veniva molto elogiato”. (Enzo Catania “San Teodoro perla dei Nebrodi”, Agar Edizioni 2006)

A proposito di autori locali, su Borgo Giuliano ha scritto anche Totò Gliozzo, storico di Cesarò. In particolare in alcune sue pubblicazioni: “I Casali e le comunità nei pressi di Cesarò”; “Antonio Canepa e l’esercito per l’indipendenza della Sicilia. L’EVIS a Cesarò e l’eccidio di Randazzo (1944-1945); “Latifondo, moti sociali e applicazione della legge di Colonizzazione a Cesarò”. “Nel 1941 – racconta Gliozzo nel primo dei tre saggi citati, pubblicato nel 2001 a cura del Comune di Cesarò – in territorio di San Teodoro nell’ex feudo “Giannino”, venne costruito uno degli otto borghi rurali previsti nella prima fase della lotta al latifondo siciliano, secondo i dettati della legge 2 gennaio 1940 o “Legge Tassinari”. Poichè il Comune risultava allora frazione di Cesarò, l’iniziativa investì le autorità cesaresi e principalmente il podestà avv. Nino Leanza. Il borgo venne denominato “Salvatore Giuliano”, in memoria di un caduto in Africa Orientale, decorato con medaglia d’oro”. (Totò Gliozzo “I Casali e le comunità nei pressi di Cesarò” Edizione a cura del Comune di Cesarò, 2001)

 

Ma cosa sappiamo del Salvatore Giuliano a cui viene intitolato il borgo non lontano da Troina? “Vox HUMANA” è un blog che il 17 maggio 2013 pubblica, nel contesto di una serie dedicata ai borghi rurali dell’isola, un circostanziato saggio il cui titolo è già tutto un programma: “Borgo Giuliano: cronaca di una morte annunciata”. Più avanti capiremo, anche in questo caso, il perché di un titolo così “forte”, come si dice in gergo giornalistico. Più che fare parte dell’Esercito italiano, Giuliano è un graduato della Milizia fascista, già avanti negli anni. Decorato con la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: “Notato che un gruppo di ribelli si apprestava ad assalire improvvisamente un nucleo di operai intenti a lavorare sulla strada, dopo aver dato l’allarme, imbracciava il fucile e affrontava animosamente il nemico. Rimasto ferito dalle prime scariche avversarie, persisteva nella lotta fulminando taluni ribelli. Cadeva poi da prode, colpito da nuove scariche che ne martoriavano il corpo, con la serenità dei forti. Esempio di sereno coraggio, dedizione al dovere spinto fino al sacrificio e grande sprezzo del pericolo”. Commenta “Vox HUMANA”: “Un altro tipico esempio di scelta poco felice del nome, tanto poco felice che Borgo Giuliano è l’unico dei borghi di questa serie per il quale la denominazione non à stata assegnata con Regio Decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Salvatore Giuliano, nato a Roccella Valdemone, era Caposquadra 3a Legione lavoratori dell’Asmara. Probabilmente, il regime non aveva trovato alcuna alternativa tra i decorati nati in zona, ed aveva così ripiegato su quello che per i più era un perfetto sconosciuto. Tanto sconosciuto che la “S” puntata di “Salvatore” è spesso stata scambiata per l’abbreviazione di “San”. Così, la strada principale del borgo è divenuta “via San Giuliano”, e negli archivi ESA il fascicolo del borgo non si trova tra “Borgo Giambra” e “Borgo Gurgazzi” ma tra “Borgo San Giovanni – Verde” e “Borgo San Piero Barbusa”; ambedue i fatti sono riportati nella monografia del prof. Sapienza. Ad onor del vero occorre precisare che un primo, parziale riordino dell’archivio ESA fu condotto da persone che non sapevano bene cosa stessero maneggiando; in una lista ad uso interno che specifica le eventuali date di cessione ai comuni, Borgo Giuliano (sebbene indicato come “S. Giuliano”) si trova nella posizione corretta, al numero 13. Mentre il Web è invece strapieno di menzioni di questo fantomatico “Borgo San Giuliano” in provincia di Messina. Persino uno dei residenti di Borgo Cascino, il quale ha intenzione di scrivere sui borghi, aveva un elenco nel quale si trovava scritto a chiare lettere “Borgo San Giuliano”; così, gli dissi che non esisteva alcun borgo San Giuliano, ma la denominazione corretta era “Borgo Salvatore Giuliano”. Con in volto un’espressione tra l’ironico e lo stupito mi chiese “Salvatore Giuliano chi, il bandito?”. No, gli risposi, non era il bandito, chè quello sarebbe arrivato dieci anni più tardi.

Ma per una strana coincidenza, un nesso, sebbene indiretto, tra il bandito ed il borgo esiste, ed è mediato dall’EVIS (Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia). Presso il borgo, infatti, si sarebbero verificati alcuni incontri tra Antonio Canepa ed i separatisti della Sicilia Nord-Orientale che a lui facevano capo. E per una seconda, strana, coincidenza, il terreno su cui venne costruito il borgo fu espropriato a Ninetto Leanza Amato, che diventerà il referente dell’EVIS nella zona di Cesarò. Queste informazioni sono desunte da una pubblicazione di Totò Gliozzo, nella quale viene altresì fatta menzione della posizione del Leanza, dichiaratamente contraria alle politiche anti-latifondistiche di regime. Le informazioni sono riportate anche nella monografia del prof. Sapienza, ove egli in maniera più o meno esplicita fa riferimento alle posizioni del Leanza come possibile causa dell’esproprio.

Non saprei dire se le motivazioni della scelta riguardo ai terreni da espropriare siano esattamente queste; è certo però che il prezzo pagato per l’esproprio, lire 1.280.539 è il più basso tra quelli dei borghi di questa prima serie”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com, 17 maggio 2013)

Salvatore Giuliano, nato a Roccella Valdemone nel 1885, divenuto capo milizia, fu ucciso a Trerimà, in Africa Orientale Italiana, a 52 anni, il 26 febbraio 1938. “Esemplare figura di fascista, aveva trascorso la sua vita tra il lavoro dei campi” recita ancora la motivazione. Venne decorato con la medaglia per espressa volontà del Duce. (“Borgo Salvatore Giuliano” in “www.vacuamoenia.net”)

Poiché di tutto potremmo essere tacciati tranne che di simpatie fasciste ci pare comunque corretto anche per completezza di analisi storica riportare più precise informazioni sul Giuliano da cui prende il nome il borgo: “Nacque a Roccella Valdemone il 22 luglio 1885, figlio di Giuseppe e Francesca Lojacono. Nel 1905 fu arruolato nel Regio Esercito, assegnato in servizio nel 91º Reggimento fanteria “Basilicata”, e tre anni più tardi si congedò con il grado di caporal maggiore, per ritornare alla sua attività di agricoltore presso le terre di sua proprietà. Nel 1915, il 10 ottobre, a guerra con l’Impero austro-ungarico già iniziata, fu richiamato per mobilitazione e servì con il grado di sergente nel 154º Reggimento fanteria della Brigata Novara, la stessa che il 23 luglio 1916 si rese protagonista della conquista del monte Cimone di Tonezza. Alla fine della guerra ritornò alle sue terre. Nell’aprile 1936, arruolato nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale come caposquadra, veniva assegnato al CCLXVII Battaglione CC.NN. della 267ª Legione CC.NN. “Etna” passando poco dopo al CCII Battaglione CC.NN. con il quale partiva per l’Eritrea il 23 ottobre sbarcando a Massaua il 31 dello stesso mese. Smobilitato nel giugno 1937, veniva assunto quale caposquadra della 3ª Legione Lavoratori dell’Asmara per la ditta Narbone, alla quale il regime fascista aveva commissionato la costruzione di strade asfaltate, ed assegnato al cantiere di Zerimà (o Trerimà), nell’Amhara. Il 26 febbraio 1938 rimase vittima di un attacco armato da parte dei ribelli. Per espressa volontà del Duce venne decorato della medaglia d’oro al valor militare. A Roccella Valdemone, comune che gli ha dato i natali, gli è stata intitolata una via”. (Fonte: Wikipedia)

 

4.I lavori? Rapidi. Forse un po’ troppo. I materiali? Lasciano a desiderare

Veniamo adesso al capitolo dei lavori. “Il termine per la consegna, da contratto, sarebbe dovuto essere il 31 maggio 1940 (addirittura, come spesso accadeva, anteriore alla concessione), ma i lavori terminarono a novembre dello stesso anno, in tempo per l’inaugurazione di dicembre. E, sempre seguendo un iter comune agli altri borghi, si invocò lo stato di guerra per giustificare l’incremento del prezzo finale, di £ 1.135.000, e l’uso di materiali di scarsa qualità. Il costo preventivato fu quindi di poco inferiore a quello totale (preventivo più incremento finale) di Borgo Cascino, e venne quasi raddoppiato alla fine. La richiesta di concessione per la maggiorazione di prezzo venne firmata da Mazzocchi Alemanni il 26 novembre del 1941. Al costo finale andrebbe poi sommata la cifra per la costruzione dell’acquedotto, consistente in ulteriori £ 330 225,49 incrementata a £ 466 700, sempre affidata all’Impresa Castelli. Ed ancora verrà approvata una perizia del 1946 per ulteriori £ 654 984,54. A fronte di un costo di esproprio eccezionalmente basso, quindi, i costi di realizzazione si rivelarono eccezionalmente alti”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, opera citata)

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Borgo Giuliano a lavori quasi conclusi. Immagine del fotografo palermitano Eugenio Bronzetti. I due edifici indicati dalle frecce (ala aule edificio scolastico ed edificio caserma cc/ufficio postale) vennero demoliti a causa delle crepe per l’instabilità del terreno. (Foto da “Vox HUMANA.blogsport.com”).

 

“La progettazione del Borgo fu commissionata agli Ingegneri Vincenzo e Guido Baratta, affermati professionisti dell’epoca, con decreto di concessione del Ministero dell’Agricoltura e Foreste n. 2113 del 3 Giugno 1940 per una spesa di 1.205.782,47 lire, compresa l’aliquota del 14% per spese generali, a totale carico dello Stato. I lavori, affidati all’impresa Castelli – la stessa che lavorò sul vicino Borgo Caracciolo – partirono già nel gennaio del 1940 e furono terminati a Novembre dello stesso anno, cosa che accomuna i primi otto borghi rurali costruiti sotto l’egida dell’Ente di Colonizzazione. All’inaugurazione del Borgo, il 20 Dicembre del 1940, partecipò lo stesso Ministro Tassinari che aveva già visitato il sito due mesi prima il 22 Settembre di quell’anno, secondo l’itinerario con l’arrivo in loco tra le 12 e le 13.30 – nel viaggio che lo portò in giro per la Sicilia durante il quale verificò l’avanzamento dei lavori di colonizzazione e costruzione dei borghi rurali”. (“Borgo Salvatore Giuliano” in www.vacuamoenia.net, opera citata.)

Enzo Catania completa queste informazioni con particolari e retroscena: “I lavori vennero affidati alla ditta Castelli di Roma che reclutò manodopera anche in Calabria e in tutta la Sicilia, ma che si avvalse in prima battuta di scalpellini e muratori locali, tra i quali eccelsero i Famiani di San Teodoro e di Cesarò. La ditta Castelli ebbe l’ordine di ultimare i lavori al più presto possibile per tre motivi.

Il primo, di ordine politico: nel 1937 durante il suo secondo viaggio in Sicilia Mussolini in persona, in un discorso a Palermo promise che “il latifondo sarà liquidato dal villaggio rurale il giorno in cui il villaggio rurale avrà acqua e strade”. Ed annunciò un progetto fascista “per riscattare la terra, con la terra agli uomini, con gli uomini la razza per disperdere al vento le ceneri malate della corruzione, dell’imbroglio dell’arbitrio e dell’ignavia”. Nel 1939 ribadì pomposamente in Parlamento “la fine del latifondo”. E nel 1940 fece nascere l’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, una idea davvero geniale se il Duce non avesse anche pensato da una parte di accontentare la massa dei contadini isolani super sfruttati e dall’altra di non scontentare troppo la grande casta dei proprietari terrieri. Nel suo progetto i contadini avrebbero potuto trasformarsi in mezzadri ed accedere ad uno status sociale fino a quel momento vietato, ma nello stesso tempo i proprietari terrieri avrebbero potuto mantenere i propri diritti, a patto che incominciassero a collaborare rendendo produttive le terre incolte e a non intralciare la colonizzazione. Ma quanti feudatari avevano davvero la voglia di sfoltire i loro depositi bancari e di investire nella trasformazione delle proprietà?

Il secondo, di ordine pratico: a monte della progettazione degli otto borghi rurali, la felice intuizione del professore Giuseppe Tassinari, portò ovunque alla costruzione di abbeveratoi per gli animali e di strade campagnole, ragion per cui migliaia di famiglie si trasferirono a vivere nelle campagne, ma la sostanza del latifondo non venne essenzialmente scalfita soprattutto perchè spiravano già venti di guerra che risucchiarono ogni altra attenzione e non potè più curarsi a fondo dell’Ente”.(…)

Il terzo, di ordine emotivo: lo stesso ministro Giuseppe Tassinari, accompagnato in pompa magna da generali, podestà di vari centri vicini, gerarchi di Palermo, Messina, Catania ed Enna volle essere all’inaugurazione nel settembre del 1940. Pensate quanta velocita! Il 2 gennaio nacque la legge e a fine settembre Borgo Giuliano era già tirato a lucido, poiché serviva al ministro Tassinari per inaugurare simbolicamente nel dicembre successivo anche gli altri sette borghi! L’accoglienza che trovò a Borgo Giuliano da parte di contadini santeodoresi, cesarei e dei paesi vicini, dovette essere davvero fantastica ed entusiastica se un mio collaboratore è riuscito addirittura a scovare a Bologna – la cui titolarità di cattedra Tassinari non lasciò mai anche nel tempo in cui fu ministro – suoi ex alunni (qualcuno è oggi anche affermato professionista), pronti a giurare che il professore, solito raccontare aneddoti e la crescita dell’Italia contadina, disse d’avere riscontrato a Borgo Giuliano “una solidità di competenza agricola davvero encomiabile ed indimenticabile”! Nelle intenzioni del fascismo, Borgo Giuliano sarebbe dovuto diventare anche una palestra di vita, perché anche al freddo e alla neve i veri fascisti dovevano andare incontro con il sorriso sulle labbra”. (Enzo Catania, “San Teodoro perla dei Nebrodi”, opera citata)

Non dissimile la cronaca che ne fa Totò Gliozzo: “La costruzione del borgo fu affidata all’impresa Castelli di Roma, che completò il lavoro in meno di un anno. Nel settembre 1940 il nuovo borgo fu visitato dal ministro dell’Agricoltura Tassinari, festosamente accolto dalla popolazione, che prese atto della solerzia con cui si era quasi giunti all’ultimazione dei lavori; e lo stesso ministro, nel dicembre successivo, inaugurò simbolicamente tutti gli otto borghi”. E senza perdere tempo “l’incarico di parroco del borgo venne affidato al sacerdote di San Teodoro don Basilio Lipari; mentre la fattoria-modello, costruita nei pressi del borgo, fu affidata ai giovani coniugi Capizzi di Cesarò (di Cesarò il marito e di San Teodoro la moglie”). (Totò Gliozzo, “I Casali e le comunità nei pressi di Cesarò”, opera citata)

La fretta talvolta manda fuori strada. E la fretta non è estranea alle vicissitudini innanzitutto geologiche e di conseguenza statiche degli edifici. Si dovevano mettere su una chiesa, una scuola, un ufficio postale, una stazione dei carabinieri con gli alloggi per quattro militari, un dispensario medico con l’alloggio per il personale, una locanda, una sorta di emporio e alcune botteghe artigiane di servizio (calzolaio, barbiere), la casa del PNF, il Partito Nazionale Fascista, l’unico ammesso allora in Italia. Il tutto rientrante nel modello della costruzione dei piccoli borghi con i servizi indispensabili affinchè intorno si creasse una comunità di contadini. Strutture da servire per colonizzare una parte del territorio praticamente disabitata. (“Borgo Giuliano a San Teodoro” in “www.sicilyenjoy.com”)

E in effetti sorgeranno. Ma… C’è un ma. Procediamo con ordine rivolgendo particolare attenzione a due essenziali elementi di ogni processo costruttivo: il terreno e i materiali da costruzione impiegati.

Spiega Sapienza: “«In merito [ai borghi] ritengo farvi presente che gli edifici, improntati alla massima semplicità, debbono sottostar alle leggi ed ai regolamenti vigenti sui materiali da costruzione; ed in particolare dovrà essere esclusa la adozione del cemento armato e ridotto al minimo indispensabile l’impiego di altri materiali metallici» (cfr. lettera di affidamento dell’incarico per Borgo Giuliano). Questa frase, estratta dalla lettera inviata dall’ECLS all’architetto Guido Baratta, progettista di borgo Salvatore Giuliano, sito nei pressi di San Teodoro, illustra sinteticamente la cifra costruttiva degli edifici che compongono i borghi. La necessità di escludere, o limitare fortemente, l’impiego di acciaio (sia come profilati pesanti che come barre per l’armatura del calcestruzzo) discende dal regime autarchico che vigeva in Italia già dal 1937, quando la Società delle Nazioni aveva imposto un ferreo embargo per ritorsione contro la campagna militare in Etiopia.

Questa necessità, che caratterizzò la vita del paese per circa un decennio, ebbe una notevole influenza sull’immagine del costruito: sbalzi e pensiline dovevano essere eliminati, il tetto a falde doveva essere preferito alla terrazza piana, il portico non andava impostato sul sistema trave-pilastro, ma piuttosto sull’arco (realizzabile in muratura).

Tutto ciò ebbe come conseguenza il ripiegamento verso il vernacolo della tradizione costruttiva popolare. Quanto fosse imposto dalle necessità piuttosto che dettato da una libera scelta non è dato saperlo. Borghi e case rurali erano destinati ai braccianti del latifondo, la classe collocata al gradino più infimo della scala gerarchica della società di allora. Che i progettisti chiamati ad operare per questi si esprimessero con un linguaggio semplice, scevro da ricercatezze e di immediata comprensione era forse nell’ordine delle cose”. (Vincenzo Sapienza, “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS”, opera citata)

E ancora: “La diffidenza nei confronti del calcestruzzo armato, al di là delle contingenze imposte dall’autarchia, va certamente imputata sia a motivi soggettivi, quali la scarsa inclinazione dell’isola alle innovazioni, che a difficoltà oggettive, cioè la limitata presenza di professionisti in grado di effettuare il calcolo statico degli elementi resistenti. Per cui gli edifici continuarono ad avere un involucro verticale in muratura portante in pietrame (listato o meno) e orizzontamenti costituiti da solai in laterocemento, almeno sino agli anni’50 del secolo scorso”. (Vincenzo Sapienza, “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS”, opera citata)

Non è finita. Così conclude il docente universitario catanese: “Il calcestruzzo armato è usato con estrema parsimonia anche per la formazione dei portici. Questi sono elementi molto ricorrenti nei borghi. Una così diffusa presenza, piuttosto scollata dalla tradizione architettonica siciliana, si deve probabilmente al volersi rifare ad immagini tipiche della pianura Padana e del Veneto, che costituivano, e costituiscono ancor oggi, il modello archetipico dell’Italia rurale. Per minimizzare o evitare del tutto l’impiego di barre di armatura in acciaio, l’arco o la piattabanda vengono preferiti alla trave retta e, come sostegni verticali, vengono disposti corposi elementi in muratura, piuttosto che slanciati pilastrini in cemento armato”. (Vincenzo Sapienza, “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS”, opera citata)

Insomma, a Borgo Giuliano (e non solo in quel borgo rurale) non è che si sia abbondato in fatto di solidità strutturale. Durissimo l’atto di accusa che leggiamo su “Vox HUMANA”: “Si è già accennato a come nel raggio di influenza di Borgo Giuliano siano compresi ben due paesi (San Teodoro e Cesarò) situati più a Nord, a cui gli agricoltori avrebbero potuto far capo per i servizi; mentre più a Sud vi sono diverse alture che avrebbero costituito una migliore ubicazione per il borgo. Migliore non solo dal punto di vista topologico, ma anche da quello geologico. Attualmente infatti, le alture sono occupate da costruzioni che non sembrano affette da particolari problemi strutturali. Invece, già prima di iniziare i lavori, l’instabilità del suolo della collinetta sulla quale sorge il borgo era ben conosciuta. Inoltre, il piazzale fu realizzato in parte costipando alla bell’e meglio del materiale di riporto, rendendo ancor più precarie le fondamenta delle costruzioni. In tale situazione, era assolutamente prevedibile che il borgo avrebbe avuto vita breve. Tanto prevedibile da spingere il progettista a chiedere all’ECLS una liberatoria prima di consegnare il progetto; anche questo particolare è menzionato nella monografia del prof. Sapienza, specificando che si tratta di notizia non documentabile, ottenuta verbalmente dal figlio del progettista.

Progettista che fu l’ing. Guido Baratta, professionista che all’epoca del conferimento dell’incarico aveva già superato i quaranta da qualche anno. Il progetto di Borgo Giuliano reca la data del 14 dicembre 1939; venne approvato il 24 gennaio dell’anno successivo, ma già il 15 dicembre l’Impresa Castelli che avrebbe costruito il borgo era stata incaricata della realizzazione.

Il contratto fu formalizzato il 23 marzo 1940, per la cifra di £ 1 287 923,92, con la riserva, come usuale, di una revisione del prezzo finale. La concessione reca la data del 3 giugno 1940”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, opera citata)

 

5.La planimetria, l’impianto urbanistico, i manufatti

Seguiamo passo passo cosa si realizza con i lavori in quel 1940 sul terreno posto a 845 metri sul livello del mare. “Il borgo si trova lungo la SS120: una breve strada di accesso, fiancheggiata da un muro di controripa si dirama da essa per condurre ad una piazza rettangolare con gli assi sfalsati, ed il lato maggiore disposto lungo la direttrice NordEst-SudOvest. Un asse viario ortogonale al primo avrebbe tagliato la piazza attraversando il sagrato della chiesa.

Per certi versi, dal punto di vista planimetrico l’impianto del borgo richiamerebbe quello di Borgo Cascino; per la piazza rettangolare con gli assi sfalsati, per la chiesa posta di fronte la strada di accesso, per lo sviluppo svolto interamente ai margini della piazza.  Diversamente da Borgo Cascino, però, lo spazio tra gli edifici è maggiore, specialmente lungo il lato Sud-Est; inoltre, l’impatto visivo fornito dalla chiesa risulta diverso da quello di Borgo Cascino e più simile a quello di Borgo Schirò. E ciò sia per la maggiore pendenza della strada d’accesso, che non consente di scorgere la chiesa fin quando non si sia già nei pressi della piazza, sia per l’assenza di grandi edifici lungo il margine sinistro della strada, come accade per Borgo Fazio.

Ma il secondo dei due aspetti non è sempre stato così evidente, come vedremo più avanti.

La planimetria originale del borgo, infatti, prevedeva sette fabbricati di dimensioni relativamente grandi, disposti intorno alla piazza, ed uno minore, ad Ovest, posteriormente alla canonica.

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Assonomia di Borgo Giuliano. (Foto da “Vox HUMANA.blogsport.com”).

 

Il primo edificio che si trova lungo la strada di accesso, a destra, avrebbe contenuto trattoria, botteghe ed abitazioni degli artigiani. Si sviluppa su due elevazioni, ed è caratterizzato da un portico ad arcate sul prospetto, con una balconata sovrastante.

Da quanto sembra potersi desumere dalla relativa planimetria, avrebbe ospitato quattro esercizi, comunicanti con i relativi alloggi.

A seguire, sempre lungo il margine destro della strada, in corrispondenza dello sbocco nella piazza sorge l’edificio sede degli uffici dell’Ente. E’ una piccola costruzione su due elevazioni, con pianta a “T” poco pronunciata ed un balcone al primo piano. Sul prospetto può leggersi ancora la scritta “ECLS”.

Oltre la palazzina degli uffici si trova il dispensario medico, costruzione a pianta irregolare costituito da otto vani, l’unico, oltre chiesa e canonica, che si sviluppa unicamente su una singola elevazione, ma che presenta un tetto a terrazza; ha comunque una superficie coperta superiore a 180 mq.

Lo spazio esistente tra il dispensario e la chiesa, la quale si trova lungo il bordo Sud Ovest della piazza, avrebbe consentito il decorso di un’asse viario ortogonale alla strada di accesso.

La chiesa si trova in corrispondenza dello sbocco della strada di accesso nella piazza, dalla parte opposta.

L’aula, a pianta rettangolare, è a navata unica con abside semicircolare, e tre piccole cappelle per lato. Una settima cappella con funzione di battistero si trova in posizione simmetrica alla torre campanaria.

Anche la canonica è a pianta rettangolare con l’asse maggiore perpendicolare a quello della chiesa, che si sviluppa verso Nord.

A Sud si trova invece la prosecuzione dell’asse viario di accesso che decorre tra la chiesa e la scuola. Quest’ultima, posta in corrispondenza del vertice Sud-Ovest della piazza, originariamente una pianta ad “L”. La parte dell’edificio che ospitava le aule si sviluppava su una sola elevazione, una costruzione a pianta rettangolare con il lato maggiore orientato perpendicolarmente all’asse maggiore della piazza.

L’unico edificio a sorgere sul bordo SudEst della piazza è quello destinato a sede del PNF, costituito da una costruzione a pianta rettangolare su due elevazioni, con un porticato al piano terreno ed un balcone arengario al primo piano.

Lungo il margine Sud-Est della strada di accesso si sarebbero trovati infine ufficio postale e caserma dei carabinieri, ospitati all’interno di una costruzione su due elevazioni, con pianta ad L.

Il borgo fu in effetti costruito rispettando la planimetria descritta, come peraltro comprovato dalle riprese fotografiche dell’epoca, e seguendo esattamente le tavole del progetto esecutivo. Un riscontro si ha inoltre sulle mappe catastali, dove vengono riportate le costruzioni conformi alla planimetria.

Circa sei mesi dopo, però, la caserma e l’ala della scuola che comprendeva le aule vennero demolite nel corso di un più vasto intervento di consolidamento. Rimasero dei residui della zoccolatura dei muri perimetrali, ancora in parte visibili, e che delineano la pianta delle costruzioni non più esistenti nelle foto aeree.

Questo è il primo di una serie di interventi, alcuni dei quali solo progettati, messi in atto per rimediare alla patologia congenita da cui il borgo era affetto, e cioè l’instabilità del suolo sul quale sorge”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, opera citata)

 

6.Complicazioni geologiche e strutturali

Cosa stava succedendo? Lo svela il blog “Vacua Moenia”: “Poco tempo dopo la fondazione, precisamente nel 1941, si iniziarono a riscontrare i primi dissesti strutturali causati da un notevole movimento franoso che flagellerà il piccolo centro nel corso del tempo. In questa primissima fase furono effettuati dei lavori che modificarono radicalmente il profilo del Borgo. Come si nota dalle immagini scattate durante la costruzione, nel centro rurale erano presenti originariamente due strutture – la Caserma-Ufficio Postale e l’ala orientale della Scuola – che furono demolite per una prima azione di consolidamento. Nessun documento o notizia, però, si trova negli archivi ufficiali dell’ESA a riguardo”. (“Borgo Salvatore Giuliano” in “www.vacuamoenia.net”, opera citata)

È una svolta clamorosa che in qualche modo si cerca di fare passare sotto silenzio o quanto meno di minimizzare e alla quale si tenta di porre rimedio poco più che in corso d’opera. Solo a edifici costruiti ci si rende conto di quanto il terreno sia franoso. Troppo tardi. Si doveva analizzare preventivamente il quadro geologico. Non occorreva essere scienziati, bastava un minimo di buon senso.  Come correre ai ripari?

“Furono condotti diversi studi per stabilire a cosa esattamente fosse dovuta tale instabilità. Essenzialmente, questa appariva riconducibile alla struttura del terreno, costituito da un’alternanza di straterelli argillosi (argilloscisti) e rocciosi (arenarie); tale struttura avrebbe facilitato i movimenti franosi sotto la spinta della gravità, anziché opporvi resistenza.

Lo stesso ingegner Baratta aveva poi individuato, tra le cause, l’esistenza di due strati a diverso grado di permeabilità; uno più superficiale, permeabile, che insisteva sul sottostante strato, impermeabile all’acqua

Inoltre, come già accennato, parte dell’area di sedime su cui insistevano gli edifici era costituita da materiale di riporto non adeguatamente compattato; tanto che la sosta di alcuni mezzi pesanti sotto il portico della sede del PNF causò l’avvallamento della pavimentazione.

Tale situazione, unitamente alla pressione esercitata dal peso degli edifici ed alle infiltrazioni d’acqua, diede luogo ad una serie di movimenti franosi, il primo dei quali, di una certa entità, si verificò appunto nel 1941, e condusse al primo intervento di consolidamento, nel corso del quale furono eliminate la caserma e parte della scuola. Le linee di lesione interessavano principalmente il versante Sud della collinetta, e quindi scuola, caserma e sede PNF. Di quest’ultima venne preservata la totale integrità.

La demolizione delle costruzioni implicò il trasferimento della caserma dei carabinieri nell’edificio adibito a sede dell’ECLS”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, opera citata)

Riepilogando. Mentre la palazzina “Caserma carabinieri – Ufficio Postale” viene interamente demolita (sarebbe stato il primo edificio a sinistra entrando nel Borgo) dell’edificio scolastico, che sorge accanto alla chiesa, viene demolita l’ala che comprendeva le aule.

Aggiunge “Vacua Moenia”: “Risale (…) al 16 Ottobre 1942 la relazione presentata all’Ente, con alcuni dati forniti dallo stesso Ing. Baratta in un rapporto del Settembre dello stesso anno, dal Geologo Prof. Ramiro Fabiani, allora Direttore dell’Istituto e Museo di Geologia dell’Università di Palermo. Questi, che aveva effettuato il primo sopralluogo già nel Settembre 1942, notò che le acque nella zona orientale non riuscivano a “sprofondarsi” ma ristagnavano causando i noti problemi e che la natura argillo-scistosa del terreno, una volta alterata dagli agenti esterni – ovvero dalle opere di costruzione – causò “quelle conseguenze che ora si devono lamentare”. Lo scritto del Fabiani si concludeva col suggerimento di un rimboschimento della zona in cui si sarebbero dovute sviluppare le opere di consolidamento e di sistemazione. Al problema del movimento franoso si aggiunsero gli eventi bellici che minarono ancor di più i fabbricati e investirono l’isola, rendendola uno degli scenari chiave della liberazione dal Nazifascismo.

Va sottolineato che il problema del terreno inadatto a ospitare le costruzioni era conosciuto non solo ai tecnici dell’Ente ma anche a Emanuele Coniglione che raccontava in un articolo del “Lunario del contadino siciliano”, periodico creato appositamente dall’ECLS come guida per consigli e suggerimenti ai coloni, un episodio profetico. Nelle pagine del numero del primo trimestre del 1942, il Coniglione – tra gli altri redattori Nino Savarese, Vann’Antò e Renato Guttuso con le sue illustrazioni – rassicurava “un contadino incuriosito dall’insolito movimento” di ingegneri e autorità che in quella zona, nonostante “sconvolta com’è dalle frane”, si sarebbe riuscito a fondare un “piccolo paese” provvisto di tutto ciò che avrebbe permesso alle famiglie dei contadini di fermarsi per tanti anni a lavorare serenamente la terra. Sappiamo, in realtà, come andarono le cose…”. (“Borgo Salvatore Giuliano” in “www.vacuamoenia.net”, opera citata)

 

7.Nel 1943 la guerra

Come se non bastassero i guai di natura geologica e progettuale, nel 1943 la guerra ci mette lo zampino a complicare la poco fortunata esistenza di Borgo Giuliano. Abbiamo letto in uno dei blog di profilo turistico-escursionistico che ci sono stati di aiuto nella nostra ricerca documentale che “durante la guerra, il borgo divenne il quartier generale prima delle truppe tedesche e poi di quelle americane”. Troppa grazia. Non si può non tenere conto delle minuscole dimensioni dell’abitato. La temporanea destinazione fu meno altisonante, più circoscritta quanto a finalità. Ma non mancò di procurare i suoi danni. Ecco come “VacuaMoenia” ricostruisce quelle vicende: “Come nei casi di Borgo Rizza, Borgo Guttadauro e altri, anche Borgo Giuliano vide succedersi tra le sue strette vie le truppe italo-tedesche prima e quelle alleate dopo. Nella “Relazione Recupero Mobilio Arredamento Borgo S. Giuliano” datata 24 Febbraio 1949, si possono percepire, grazie alle parole del perito, i momenti concitati che precedettero l’entrata degli Americani nella zona di San Teodoro. Il Comando Militare Italiano disponeva – siamo nel Giugno 1943 – la requisizione di alcuni fabbricati del Borgo per adibirli a ospedale da campo. I fabbricati interessati erano: la casa degli impiegati dell’Ente, la Casa del Fascio e l’ambulatorio. L’arredamento della Casa del Fascio e della Casa Impiegati fu smembrato e ammassato in alcuni magazzini di S. Teodoro, mentre il mobilio e il materiale sanitario appartenente all’ambulatorio fu consegnato, dopo alcuni mesi, all’ufficiale addetto alla requisizione. Il sindaco di S. Teodoro successivamente richiese alla sede generale dell’Ente di distribuire agli sfollati gli oggetti dei due fabbricati sgomberati.

In seguito al precipitare degli eventi bellici, il Comando Militare Italiano passò le consegne al Comando Militare Tedesco che, trasformando il borgo in Ospedale di linea, fece allontanare tutta la popolazione. Fu uno dei momenti decisivi dell’Operazione Husky e della liberazione dell’Italia. Il 22 luglio, qualche giorno prima dei fatti narrati nella relazione, Palermo veniva liberata grazie all’azione dell’8° Armata americana comandata dal Generale George Smith Patton. La 7° Armata, invece, procedendo verso Messina aveva il compito di scardinare le comunicazioni tra le truppe dell’Asse. (Si rende necessaria qualche rettifica: il generale Patton comanda la 7a armata americana che avanza verso Troina e dintorni da ovest-sudovest; l’8a armata è quella inglese comandata dal generale Montgomery che avanza da sud verso nord lungo i territori della costiera ionica dell’isola, n.d.r.) Tuttavia il Feldmaresciallo Kesserling e il Generale Hube furono in grado di costituire una nuova linea difensiva a protezione di Messina e gli Americani, nonostante l’arrivo in Sicilia di altre divisioni, furono fermati dal 23 luglio a San Fratello e a Troina dove si svolsero aspri combattimenti. Da lì a breve la situazione politica e militare si rovesciò: Mussolini venne arrestato per volontà del Re Vittorio Emanuele il 25 Luglio e con la sua caduta la compattezza delle unità italiane si sfaldò. I tedeschi, ormai alle strette, organizzarono la ritirata in quella che fu denominata Operazione Lehrgang.

A intrecciarsi con i grandi avvenimenti della storia (…) si svolgevano parallelamente piccole storie come quella di Filippo Sirna. Custode comunale del Borgo, ottenne di mettere al riparo il materiale sanitario e “350 volumetti della libreria del Borgo” presso alcuni locali del Comune di S. Teodoro. Nella relazione si legge anche che i tedeschi “per ragioni di emergenza abbandonarono il Borgo e così in quei giorni di caos che seguirono prima dell’occupazione americana, tutto fu saccheggiato e asportato financo gli infissi e i mattoni”. (“Borgo Salvatore Giuliano” in “www.vacuamoenia.net”, opera citata)

 

8.Un imperativo: consolidare

Chiusa la funesta parentesi bellica non si chiudono invece – piuttosto si apre una voragine che non si riuscirà mai a colmare – le patologie strutturali del villaggio. Una sorta di “storia infinita” che si protrarrà dagli anni ’40 a tutti gli anni ’50 fino a gran parte degli anni ’60. Una lunga, inarrestabile agonia. Fatta di relazioni, progetti, perizie, interventi eseguiti e mancati. Opere di consolidamento furono realizzate tra il 1942 e il 1943 e, finita la guerra, nel 1946 con successivi lavori di riparazione dei danni bellici. Ripercorriamo queste vicende. “Ulteriori interventi vennero eseguiti negli anni 1942-43, ed ultimati nel 1946; si sovrapposero quindi a quelli relativi alla riparazione dei danni bellici, affidati all’Impresa La Spina. Ed opere di consolidamento vennero realizzate ancora due anni più tardi; queste ultime riguardarono la sistemazione dei valloncelli a Sud-Est del dosso sul quale si trova il borgo.

Ma l’intervento di entità maggiore avrebbe dovuto essere quello programmato nel 1955, pianificato in seguito ad una perizia commissionata al prof. Floridia, geologo dell’Università di Palermo, ed eseguita nel gennaio del 1955. La somma stanziata fu di £ 20.000.000, con appalto da assegnare con gara al ribasso.

L’intervento avrebbe dovuto estrinsecarsi in tre direzioni:

1) L’imbrigliamento dei valloncelli a Sud ed a Sud Ovest, da eseguirsi in due fasi successive.

2) La sistemazione agrario-forestale, ottenuta tramite la piantumazione di eucalipti lungo i valloncelli e nei pressi delle briglie, integrata da semina di ginestre.

3) La ristrutturazione degli edifici, volta a rendere perfettamente fruibili gli edifici della zona Nord del sito, ed a garantire la conservazione di quelli della zona Sud, in attesa di ulteriori interventi che ne consentissero il totale recupero.

La realizzazione del primo punto sarebbe dovuta avvenire tramite la realizzazione di briglie in muratura ed in terra battuta per variare la pendenza dei valloncelli; la valutazione degli interventi di questo tipo da eseguire in un secondo tempo avrebbe tenuto conto dei risultati conseguiti nel primo tempo.

La ristrutturazione degli edifici prevedeva sia radicali interventi di tipo strutturale, sia opere di ripristino e rifinitura.

I lavori furono appaltati, con un ribasso sulla base d’asta del 10,56%, all’Impresa Geom. Vincenzo Franza che avrebbe dovuto provvedere alla realizzazione dei punti 1) e 3); in corso d’opera si rese inoltre necessaria la demolizione e ricostruzione di un muro di contenimento a valle dell’edificio sede del PNF.

Il rapporto tra Ente ed Impresa non fu lineare, con due sospensioni dei lavori, ed un contraddittorio interposto; ciò condusse comunque ad un esito favorevole della perizia di collaudo, datata 25 luglio 1959. È chiaro che la perizia di collaudo si basa su saggi volti a verificare la conformità dei lavori eseguiti a quanto riportato nel capitolato d’appalto, e che i saggi confermarono tale corrispondenza; ma resta più difficile ritrovare ispettivamente detta corrispondenza. Non sono in atto visibili, infatti, le parti in muratura di mattoni che avrebbero dovuto sostituire quella in pietrame ma è chiaro che un’approssimativa valutazione sulle immagini satellitari non è paragonabile al grado di attendibilità di una perizia. Ciò che sembra inequivocabile, invece, è l’assenza di qualunque intervento di sistemazione agrario-forestale. Non vi è traccia di eucalipti lungo i valloncelli, e non sembra che la densità delle macchie di ginestre sia qui più elevata rispetto alle zone viciniori”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, opera citata)

 

9.Portare l’acqua a Borgo Giuliano

“Anche l’impianto per l’approvvigionamento idrico ebbe una storia tormentata. Scartate altre soluzioni (raccolta acqua piovana, sfruttamento della sorgente del monte Ficarazzo) venne stabilito di realizzare un acquedotto completo, le cui opere di presa, costruite appositamente per il borgo, avrebbero attinto alle stesse sorgenti che rifornivano San Teodoro e Cesarò. L’acquedotto comprendeva appunto le opere di presa, le condutture in eternit ed il serbatoio di raccolta; sarebbero stati realizzati inoltre l’impianto interno del borgo, un lavatoio e tre fontanelle. Il lavatoio pubblico è la piccola costruzione a Nord della chiesa. Una delle fontanelle si trova tra questo e la chiesa (…). Il serbatoio è posto a NordEst del borgo a circa 300 metri da esso, lungo la trazzera per San Teodoro, ad un livello di circa 40 metri superiore a quello della piazza. (…)

Ciò che non risulta chiaro sono i rapporti temporali tra la realizzazione dell’impianto idrico ed il primo intervento di manutenzione nel corso del quale vennero abolite la caserma dei carabinieri e parte della scuola. Se infatti il progetto risale al 2 novembre 1940, il rilascio della concessione venne deliberato nell’adunata del 3 dicembre 1940, il contratto con la ditta Castelli reca la data del 19 maggio 1941, ed i decreti ministeriali di concessione sono dell’ottobre del 1941 e del febbraio del 1943. Il collaudo avvenne comunque nel marzo del 1945, a guerra finita ed acquedotto non funzionante a causa dei danni subiti per gli eventi bellici. Questi vennero attribuiti alle occupazioni militari del borgo (da parte delle truppe tedesche inizialmente, dal comando tedesco poi, e dagli inglesi successivamente) ed imputati soprattutto al passaggio dei mezzi pesanti inglesi lungo la trazzera per San Teodoro, dove erano stati interrati i tubi in Eternit a profondità insufficiente a garantirne la protezione nel caso di sollecitazioni di tale tipo. (Ancora una precisazione: le truppe alleate che da Troina puntano verso Cesarò sono americane, non inglesi; gli inglesi nell’Ennese orientale combatterono solo per la conquista di alcuni comuni: Centuripe, Regalbuto, Agira. Ad Agira combatterono in prevalenza reparti canadesi affiancati dalla “Brigata Malta”, n.d.r.) Un ulteriore danno, al termine delle operazioni belliche, sarebbe derivato dall’asportazione di vari elementi (saracinesche, tubi, lucchetti, etc.) costitutivi dell’impianto.

In realtà, almeno parte delle tubazioni decorre a livello della superficie del terreno, lateralmente alla trazzera, risultando parzialmente visibile persino sulle foto aeree o satellitari. Non saprei dire se la visibilità dei tubi sia attribuibile solo agli interventi di riparazione, ma sicuramente parte di essi attualmente non sono interrati.

Il collaudo ebbe comunque esito favorevole, desumendo la conformità dei lavori eseguiti dalle ispezioni effettuate sulle strutture rimaste”. (“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “www.voxhumana.blogspot.com”, opera citata).

 

Pino Scorciapino

Fine Prima Parte – Continua.

 

 

Documentazione, Bibliografia, Sitografia

-Vincenzo Sapienza “Autarchia e innovazione nella costruzione della città rurale dell’ECLS” in “Agorà” n. 44/2013

(Per una bibliografia completa delle pubblicazioni del professore Vincenzo Sapienza sui borghi rurali di epoca fascista e su Borgo Giuliano vedasi www.dicar.unict>docenti>vincenzo.sapienza>pubblicazioni)

-Ernesto Oliva “I borghi fantasma dell’isola” in “ReportageSicilia.blogspot.com”, 10 giugno 2012

-“Borgo Giuliano” in “www.etnanatura.it”

-Totò Gliozzo “I Casali e le comunità nei pressi di Cesarò” Edizione a cura del Comune di Cesarò, 2001

-“Borgo Giuliano: Cronaca di una morte annunciata” in “wwwvoxhumana.blogspot.com”, 17 maggio 2013

-“Borgo Salvatore Giuliano” in “www.vacuamoenia.net”

-“Salvatore Giuliano” in “Wikipedia”

-“Borgo Giuliano a San Teodoro” in “www.sicilyenjoy.com”

-Grazia Musumeci “Troina e Borgo Giuliano” in “www.go-etna.it”, 30 maggio 2022

-“Borgo Salvatore Giuliano –Borgo abbandonato” in “liotrum.com”, 15 gennaio 2017 –

-“La Via dei Borghi” in “www.entesviluppoagricolo.it”

-“Le Vie dei Borghi – Borgo Giuliano. Lo scrigno dei profumi, sapori e saperi della montagna” – Regione Siciliana – Ente di Sviluppo Agricolo

-Giuseppe Salerno “San Teodoro, attribuiti 504 mila euro per il restauro di Borgo Giuliano” in “NebrodiNews”, 12 agosto 2019

-“Borgo Giuliano: visitando un piccolo paesino siciliano in rovina” in “lovingsicilia.it”, 12 febbraio 2020

-“Borgo Giuliano” in “www.juzaphoto.com”

-Damiano Chiaromonte “Borgo Giuliano, il paese fantasma nello stupefacente nulla siciliano” in “www.idiaridellacaponata.it”, 21 giugno 2020

-“Borgo Salvatore Giuliano, borgo abbandonato” in “liotrum.com”, 23 maggio 2016.

 

 

 

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