La festa dei rami “raccontata” dai nostri predecessori

Anche quest’anno, come lo scorso, a causa della pandemia, i devoti non possono rendere omaggio al concittadino San Silvestro. Fortunatamente viviamo nel secolo dove la tecnologia digitale, la fotografia, e i filmati video ci aiutano a rivivere o a raccontare le caratteristiche peculiari del folklore troinese in onore del proprio concittadino. La forte devozione, la passione dei fedeli nel compiere “u viaggiu”, gli occhi lucidi di una madre che accoglie il figlio stanco, sono tutte emozioni che oggi riusciamo a cogliere per mezzo dei fotogrammi.

Ma facciamo un salto indietro nel tempo. Queste tecnologie non esistevano, la fotografia era agli esordi ed in pochi potevano permettersi una macchina fotografica. Gli unici modi per comunicare, raccontare e trasmettere erano giornali, riviste e libri. Estrapoleremo allora il racconto di questa nostra tradizione dagli scritti di 4 autori, con differenti valenze.

Un primo racconto ci è offerto da Mariano Foti Giuliano. Maestro e dirigente delle scuole troinesi, descrittoci da Vincenzo Squillaci come profondamente dedito all’insegnamento ed alle istituzioni, Il Foti Giuliano nel suo “Memorie Paesane – Ossia Troina dai tempi antichi ai giorni nostri”, (Cav. Giannotta Editore, Catania 1901, pag. 51) così descrive la festa dei Rami:

“Questa piccola festa detta di li ramara, che serve come che serve come trombetta annunziante l’approssimarsi delle grandi feste, ha luogo nella penultima domenica di maggio, e consiste in diverse frotte di giovani e robusti contadini e manovali che, adempiendo il voto proprio, o ereditato da’ loro genitori, vanno a fare il viaggio per offrire il ramo al Santo. Partono con qualche giorno di precedenza, a piedi – taluni anche scalzi – col saccapane e la borraccia ad armacollo, la scure al fianco e vanno nelle lontane foreste. Ivi, come branco di segugi in cerca di selvaggina, si sparpagliano adocchiando i giovani alberi di alto fusto, da’ 10 a’ 15 cm. di diametro alla base. Fatta la scelta ogni pellegrino ne abbatte uno, che netta e pulisce a mo’ di lunga pertica; e dopo avere avvolto alla sua cima un fascio di lauro (v’ha chi vi aggiunge pupattoli, bambole, arance, nastri e fazzoletti), tutti carichi di tal peso, preceduti dal rispettivo tamburo, ritornano alla città, entrando, unus post unum, pel quartiere Borgo e salendo alla Piazza Conte Ruggiero. Chi di essi porta il tradizionale ramo sulla palma della mano, sostenuto dall’altra, chi per poco, sugl’incisivi, chi poggiato sullo stomaco, e chi – più debole e stanco – a bilico sulla spalla. Giunti nella detta piazza, poggiano sulla palazzata orientale li rami, ed entrano nella madre-chiesa ad ascoltar la messa. Molti di essi castigano la lingua – anche per voto fatto- strisciandola sul pavimento della chiesa in tutta la sua lunghezza. Finita la messa, escono, ripigliano i rami e vanno, con lo stesso ardore ed ordine sino alla tomba di S. Silvestro a pregarlo di accettare il viaggio, mercé sua, prosperamente compiuto. Quindi ciascuno, adusto e trafelato va a riposare le stanche membra nella propria casa”

Federico De Roberto, fra i più noti autori nazionali della corrente verista, in “La Lettura” (rivista mensile del quotidiano “Corriere della Sera”), scrive un approfondimento di stampo letterario sul culto e sulla vita di San Silvestro (La Lettura, Anno IX, N°8, agosto 1909, pag. 7). Descrivendo le feste dedicate traccia cosi la festa dei rami:

“Tre o quattro giorni prima della penultima domenica di maggio, quelli fra i contadini e i popolani troinesi a cui San Silvestro ha concesso qualche segno della sua grazia e che perciò gli hanno promesso l’offerta del ramo, lasciano la città, armati di scuri, con qualche provvista da bocca in un sacco, con un po’ di vino in un fiasco, e se ne vanno nei boschi dove errano e s’accampano, in cerca di giovani alberi d’alto fusto. Trovatili, ognuno sceglie il suo, lo abbatte, lo ripulisce dei bronchi e della corteccia, e vi innesta in cima un gran fascio d’alloro; quando tutti sono pronti, nella notte fra il sabato e la domenica, si rimettono in marcia verso Troina, gravati del ramo, che è propriamente un tronco, divisi in ischiere secondo i quartieri della città, ciascuna delle quali procede al rullo dei tamburi. L’ordine di precedenze è rigorosissimo: quella che apre la marcia un anno, va in coda l’anno seguente, e tocca allora il primo posto quella che ebbe il secondo: un tentativo di infrazione alla regola costerebbe sangue. E nulla è più singolare che vedere avvicinarsi, dall’alto del Borgo, quella singolare processione. L mente ricorre al Macbeth ed alla semovente foresta di Birman. Se, nei primi tratti della via, i pellegrini portano il ramo come meglio possono, avvicinandosi alla città quasi tutti lo reggono ritto come un cero – un cero alto una diecina di metri, grosso dieci o quindici centimetri, carico del pennacchio d’alloro – ed è davvero una foresta che si muove, che sale verso l’acropoli trachinia, sostando talvolta, abbattendosi come al soffio d’un uragano quando la stanchezza impone una sosta ai devoti rialzandosi poscia, ridando al vento la sua chioma laureata, entrando solennemente in città, serpeggiando per le vie scoscese, appoggiandosi un momento contro i muri della Piazza conte Ruggero quando i pellegrini entrano nella Cattedrale; rimettendosi in moto poco dopo, riscendendo dal versante opposto giù per le viuzze di San Basile, tra due fitte ale di popolo, al rullo dei tamburi che riecheggiano per tutte le balze di San Panto, sino alla chiesa del Santo, dove finalmente i pellegrini si sciolgono per andare a riposarsi dell’enorme fatica: alcuni per maggior devozione, hanno sostenuto il ramo con una sola mano, altri lo hanno tenuto sul ventre, altri sui denti; altri ancora si sono trascinati carponi per tutta a lunghezza della chiesa, strisciando la lingua sul pavimento.”

Nel 1930, il Sacerdote Salvatore Fiore propone una agiografia di San Silvestro. Scusandosi in prefazione per la sua scarsa preparazione culturale, smentita abbastanza dalla stessa opera (San Silvestro Monaco Basiliano di Troina, Scuola TIP. Italo-Orientale S. Nilo, Grottaferrata 1930, pag. 75), sintetizza in breve il folklore, al fine di dar maggior risalto alla vita, alle opere e alla fede del Patrono cittadino. Per i Rami così scrive:

“Nella penultima domenica di maggio, che precede i solenni festeggiamenti, po’ ammirarsi una lunga teoria di robusti popolani, i quali, scalzi in buona parte, si sono nella settimana recati al lontano bosco per preparare alti e snelli fusti di faggio, chiomandoli di alloro, che trasportano giubilanti, disponendosi in lunga fila e percorrendo le vie principali del paese, recandosi al tempio del glorioso sepolcro del Santo, e prestando cosi il tradizionale omaggio di devozione.”

Ultimo autore preso in esame è Vincenzo Squillaci, un tecnico rispetto ai precedenti, Ispettore onorario per la Sovrintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale. Nell’ambito della sua attività effettua varie ricognizioni di tutto il patrimonio cittadino. In queste include anche il patrimonio immateriale, ancora in genere poco focalizzato come bene da tutelare. Pubblica quindi nel 1965 “Chiese e Conventi – memorie storiche e folkloristiche della città di Troina” (Tipografia L. Merlino, Catania). Nel capitolo dedicato alle tradizioni anch’egli descrive la festa dei rami, ricomprendendola, come tutti gli autori citati, nel Festino.

“[…] << Li Rami>>. Si tratta di un pellegrinaggio votivo compiuto quasi esclusivamente da contadini e manovali. Ogni gruppo, secondo il quartiere in cui abitano i pellegrini, parte nel pomeriggio del giovedì precedente con in testa il tamburo che li ha chiamati a raccolta, per le lontane foreste comunali dove, secondo il voto tradizionale devono andare a toccare i cespugli di alloro. Ivi ogni pellegrino, scelta fra le più belle e dritte, una pianta di faggio di 18-15 centimetri di diametro, la ripulisce della corteccia e la adorna in cima con fasci di alloro, fiori, arance, bambole, festoni di nastri a colori e altro. E così, percorrendo la strada sempre a piedi, la porta in paese dove la domenica mattina avviene la sfilata attraverso Via Garibaldi, Via Roma, e Piazza Conta Ruggero, nella quale, << LI Rami>>, vengono appoggiati alle case circostanti durante il tempo che, pellegrini ascoltano devotamente la Messa nella Chiesa Madre, dove in altri tempi alcuni di essi, per penitenza, strisciavano la lingua lungo tutto il pavimento. Era uno spettacolo barbaro ed impressionante, come oggi si può vedere nel celebre quadro << il Voto>> del Michetti. Finita la messa i pellegrini riprendono la sfilata uno dopo l’altro facendo sfoggio ognuno di forza e di destrezza nel reggere in equilibrio le lunghe e pesanti aste sul palmo della mano o addirittura sui denti. I più vecchi ed i capigruppo si accontentano di reggersi ad un bastone di lauro con foglie portando a zaino sulle spalle due fasci della stesa pianta. E così si recano alla Chiesa di S. Silvestro dove rendono devoto omaggio alla tomba del Santo e si sciolgono.”

“Guardando” adesso le festa dei Rami, con gli occhi del secolo scorso, si coglie la perfetta sintonia devozionale dei fedeli e della comunità odierna, fedele il più possibile alla tradizione qui descritta. Caratteristica di quasi tutti i racconti è l’enfasi del pellegrino, specie nella scena della lingua al pavimento, che lo Squillaci paragona ad una famosa opera del Pittore Francesco Paolo Michetti (Il voto, 1883, raffigura una tradizione devozionale che si svolge in Provincia di Chieti in onore di san Pantaleone).

Resta alla comunità odierna preservare, valorizzare e trasmettere.

Fabio Salinaro

Fonti:
De Roberto Federico, San Silvestro da Troina, in “La Lettura” rivista mensile del Corriere della Sera, anno IX, N°8, Milano, agosto 1909

Fiore Salvatore, San Silvestro Monaco Basiliano di Troina, Scuola TIP. Italo-Orientale S. Nilo, Grottaferrata 1930

Foti Giuliano Mariano, Memorie Paesane – Ossia Troina dai tempi antichi ai giorni nostri, Cav. Giannotta Editore, Catania 1901

Squillaci Vincenzo, Chiese e Conventi – memorie storiche e folkloristiche della città di Troina, Tipografia L. Merlino, Catania 1965

Francesco Paolo Michetti, il Voto, 1883, Galleria Nazionale Roma, Google Arts

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