“La Ddrarata, Ddarata e La Drarata”

Proseguiamo il nostro racconto della devozione e dei pellegrinaggi in onore del santo patrono e concittadino attraverso le parole di autori vissuti nel secolo breve. Come già esposto la settimana scorsa nell’articolo “La festa dei Rami raccontata dai nostri predecessori”, in quel secolo erano assai pochi i mezzi atti a raccontare rispetto ad oggi: la scrittura e la stampa, la pittura e i primi impieghi della fotografia. Gli autori, nei loro testi, si ritrovano quindi ad usare parole ed espressioni che più hanno ritenuto idonee al fine di trasmettere al loro pubblico di riferimento.

Mariano Foti Giuliano, da buon insegnante, in “Memorie Paesane […]”, pubblicata all’alba secolo,ci racconta “La Ddrarata”, ma come abbiamo visto anche la “li Rami”,  con parole molto semplici, al fine di raggiungere e far comprendere il suo testo a più lettori possibili.

Questa festa, che si nell’ultima domenica di maggio, ha molta analogia con la prima. Anch’essa è un pellegrinaggio per voto, trasformatosi ad usanza, ed ha per simbolo il lauro anch’essa.

Senonché invece di andare a piedi, in questa i nostri contadini, o massari, vanno a cavallo; anzi le migliori, le più bizzarre bestie, e partono, pure con precedenza, svegliati dal rullo del tamburo che hanno pensato di caparrare a tempo e di farne venire magari dai paesi vicini, non bastando quelli del proprio.

Si riuniscono a squadre portanti il nome del quartiere, o rione, a cui appartengono, e vanno alle foreste, senza avere dimenticato, s’intende, il rispettivo viatico. Ivi fanno fasci di lauro che depositano presso il ponte del fiume di Troina. La domenica di buon mattino, dietro un modesto asciolvere, fatto insieme al procuratore della confraternita di S. Silvestro, che vi si reca appositamente con abbondante vino e companatico, – a dopo aver pulite, guernite e caricate di alloro le bestie, s’avviano a cavallo per la città, alcuni armati di schioppo, altri di nodosi bastoni, divisi sempre a squadre, ciascuna preceduta d’un assordante tamburo. Percorrono cosi ordinate e con diritto di precedenza – che si fanno ad ogni costo rispettare – la stessa strada che fecero li ramara.”

Come già visto, nel agosto del 1908, sul mensile “La Lettura” del Corriere, lo scrittore catanese De Roberto celebra la figura del monaco Silvestro in ogni sfaccettatura, descrivendola ad un pubblico più borghese, dedito alla lettura spensierata. Scrive con un intento narrativo-descrittivo, accompagnando da buon verista le parole a sparute immagini fotografiche della città, degli eventi, dei monumenti. Raccoglie quante più fonti possibili su Troina e sul Santo, sulla geografia, sulla toponomastica, sulla storia religiosa e sulle dominazioni che hanno forgiato l’identità del centro nebroideo. Sul secondo pellegrinaggio dedicato al compatrono e cittadino troinese, raffrontandolo e rimandando al precedente, così riassume:

“Meno penoso dei Ramari è il secondo pellegrinaggio della Ddarata, della Laurata. Questa volta – qualche giorno prima dell’ultima domenica di maggio – i pellegrini partono a cavallo per la foresta, dove raccolgono una nuova messe d’alloro, più abbondante della prima. Tutto il verde ed odoroso carico è trasportato al ponte del fiume di Troina, dove, la mattina della domenica, il procuratore della confraternita di San Silvestro scende anch’egli a cavallo, con una buona scorta, incontro ai devoti ai quali reca un copioso rinfresco. Laggiù la processione si ordina per quartieri, con lo stesso rigore della precedente: a ciascuna bestia, cavallo o mulo guarnito degli arnesi più vistosi e straluccicanti, è imposto un gran carico d’alloro, in mezzo al quale il cavaliere, armato di schioppo o randello, quasi scompare; ed è ora un boschetto someggiato che sale e scende per le stesse pendici, che diffonde il suo stesso aroma strisciando contro i muri dei campi e delle case: quando il corteo volge alla fine, le fronde del lauro vanno divise fra i cittadini, profumano le mani delle donne e dei fanciulli, odorano nelle case, fino al nuovo anno.

Né, con questo omaggio forestale degnamente tributato al Santo che ebbe il nome delle selve e che in una selva disparve e morì, la singolarità delle feste è finita.”

Nello scritto storico-agiografico di padre Salvatore Fiore, come già visto, al fine di dar maggior risalto alla vita ed ai miracoli, l’autore si limita nel descrivere, con poche battute di macchina, il folklore tributato dai pellegrini aderenti ai due viaggi. Anche in questo caso non menziona neppure il nome dell’pellegrinaggio limitandosi a scrivere:

“Nella domenica successiva si vedono lunghi drappelli di massari e borgesi, che cavalcano muli festosamente bardati e carichi di alloro, colto anch’esso nelle lontane foreste; sfilano per le stesse vie e si recano anch’essi devotamente alla chiesa del Santo. Commovente e pieno di significato è l’omaggio del ramoscello di ciascun devoto depone sul sepolcro. Sincera manifestazione di culto e segno di glorificazione perenne, che Dio fa rendere ai suoi Santi, i quali hanno raggiunto le vette della perfezione, meritandosi la gloria del trionfo.”

Vincenzo Squillaci, il nostro Ispettore Onorario alle Belle Arti ed Antichità per la Sicilia Orientale, curioso e ricercatore appassionato, racconta in “Chiese e Conventi […]” la “Drarata” con termini ed espressioni facili, palesando perfettamente le differenze e le assonanze con i Rami, e qui addirittura va a ritroso nel tempo e nella storia cercando l’appiglio storico che fa scaturire l’origine di questa forma di omaggio:

“La domenica successiva si svolge con lo stesso itinerario <<La Drarata>>che è un altro pellegrinaggio questa volta compiuto dai cosiddetti <<massari>>, che lontanamente sarebbero i contadini più benestanti che possiedono grosse aziende e bestiame.

Il pellegrinaggio avviene a cavallo di muli e cavalli scelti fra i più belli e bizzarri, sfarzosamente bardati e carichi di alloro.

I cavalieri sono armati di fucili o bastoni e giunti innanzi alla Chiesa Madre sparano a salve. Per il resto la cerimonia si svolge come per <<Li Rami>>.

Non è escluso che questa tradizione voglia simboleggiare le antiche prestazioni personali che i villani dei vasti possedimenti del Cenobio di S. Elia dovevano annualmente ai Monaci poscia trasferitisi al Monastero di S. Silvestro.”

Curiosità che salta agli occhi del lettore è la trascrizione del nome della festa:“La Ddrarata” a inizio ‘900 per Foti Giuliano, “Drarata” per lo Squillaci nel secondo dopoguerra; il De Roberto adopera invece il termine tutt’ora utilizzato, scritto sui manifesti o colloquialmente “Ddarata”.

I Nostri autori proseguono il racconto con la terza settimana del Festino di San Silvestro, cioè fiera e processione, di cui vi proporremo i versi successivamente. Possiamo congedare padre Fiore, che parla sono dei pellegrinaggi al bosco, anche se nella suo opera descrive assai meticolosamente la Vara ed il Simulacro, la loro origine e magnificenza.

Fabio Salinaro

Fonti

De Roberto Federico, San Silvestro da Troina, in  “La Lettura” rivista mensile del Corriere della Sera, anno IX, N°8, Milano, agosto 1909

Fiore Salvatore, San Silvestro Monaco Basiliano di Troina, Scuola TIP. Italo-Orientale S. Nilo, Grottaferrata 1930

Foti Giuliano Mariano, Memorie Paesane – Ossia Troina dai tempi antichi ai giorni nostri, Cav. Giannotta Editore, Catania 1901

Squillaci Vincenzo, Chiese e Conventi – memorie storiche e folkloristiche della città di Troina, Tipografia L. Merlino, Catania 1965

Foto: “dal portale turistico istituzionale del Comune di Troina”

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