Itinerari turistici siciliani alternativi descritti nei primi decenni del ‘900

Nei primi decenni del ‘900 raggiungere la Sicilia rappresentava un’impresa tutt’altro che agevole ed ancora più arduo diveniva, una volta attraversato lo Stretto di Messina, percorrerla in automobile, con una rete stradale che presentava continui dislivelli, innumerevoli curve e scarsità di rettilinei, oltre a rari o poco forniti depositi di carburante e gomme.

Visitare la Sicilia, pertanto, comportava questi inconvenienti assieme all’abitudine dei ragazzi al lancio dei sassi verso i vetri delle automobili o, ancora, l’agganciarsi dietro le carrozze.

Degna di nota era, comunque, la notizia che dappertutto si potevano trovare ottimi gelati: Anche nelle piccole località ed, in particolare, le gelaterie di Palermo erano presentate e descritte come le migliori d’Italia per bontà dei loro prodotti e ricchezza nella varietà degli stessi gelati e dolciumi.

Per un turista i mesi consigliati per visitare la Sicilia andavano dalla metà di marzo ai primi di giugno e dai primi d’ottobre a tutto novembre. Il giro classico, effettuato da secoli dai viaggiatori del gran tour, era strutturato nella seguente maniera: scalo a Palermo venendo da Napoli via mare, dal momento che la traversata dello stretto sul ferry-boat veniva sconsigliata perché poco comoda; dopo essersi ambientati ed aver visitato il capoluogo, ci si spostava verso Segesta e Selinunte, Girgenti, Caltanissetta, Catania con l’Etna, ed ancora Siracusa, per poi risalire a Taormina e proseguire per Messina con ritorno a Palermo. Giro che, per i più esperti viaggiatori, poteva essere effettuato in 10-15 giorni; queste le tappe imposte dai mezzi di comunicazione e lungo tali itinerari standard erano presenti vecchi fondachi e locande.

Chi faceva il giro della Sicilia doveva, in alcuni tratti, saper combinare ferrovia, auto e, talora, piccole tratte di raccordo in diligenza. Tra i mezzi di trasporto sono da ricordare le cavalcature poiché era molto diffuso viaggiare impiegando bestie da soma, chiamate genericamente in dialetto vetture, si tratti di cavalli, muli o asini.

L’elemento paesistico e panoramico diveniva così potente da costituire da solo un motivo di richiamo per tutti quelli che lo apprezzavano; e la traversata dell’entroterra, nell’imminenza della mietitura, quando le immense estensioni si presentavano dorate dalle messi mature, rappresentava un’imponenza ed una solennità indimenticabili. Ma dopo la mietitura, i campi ed i pascoli potevano paragonarsi a steppe desertiche.

In questo contesto, diverse sono le pubblicazioni e le guide che nei primi decenni del ‘900 offrono al visitatore ed al turista una serie di informazioni e notizie attendibili sugli itinerari alternativi da intraprendere nell’ambito della Sicilia.

Nel 1907, nella serie Italia Artistica, edita dall’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Bergamo, viene pubblicato il volume curato da Giovanni Paternò-Castello dal titolo Nicosia, Sperlinga, Cerami, Troina, Adernò, arricchito con 125 illustrazioni costituite in gran parte da foto scattate dal fratello dello stesso autore, Alberto Felice. I due appartengono ad uno dei rami della famiglia Paternò, di cui il più illustre rappresentante fu il famoso Ignazio Paternò-Castello, principe di Biscari.

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Giovanni Paternò-Castello, appassionato cultore dei beni artistici e paesaggistici della Sicilia e, nel particolare, del territorio catanese, collabora ad alcune importanti riviste a diffusione nazionale, raccontando solitamente le sue impressioni da turista colto.

Il volume in questione propone un itinerario insolito, fuori dai canoni del tour classico, nel quale sono descritti alcuni paesini dell’entroterra, definiti come «luoghi inaccessibili, romiti, nidi d’aquila», raggiungibili solamente attraverso «vie erte, difficili, che rasentano profonde valli», accomunati da un tratto di strada statale denominata dell’Etna e delle Madonie, realizzata ricalcando l’antica Regia Trazzera che da Termini conduceva a Taormina attraverso l’entroterra siciliano. In mezzo a tale paesaggio «poche case e pagliai sparsi qua e là sono le sole cose a dar certezza di viventi»; e dalle lombarde Nicosia e Sperlinga, si passa a due centri importanti sotto i normanni, Cerami e Troina, fino a raggiungere il territorio di Adernò, l’attuale Adrano, lambito dal fiume Simeto.

Della stessa collana Italia Artistica, diretta da Corrado Ricci, erano stati pubblicati in precedenza altri itinerari sulla Sicilia, costituite da monografie ampiamente illustrate, quali Girgenti, di Serafino Rocco; Da Segesta a Selinunte, di Enrico Mauceri; Catania, curata personalmente da Federico De Roberto; infine, Taormina, sempre di Enrico Mauceri.

A distanza di quasi centoventi anni, le notizie che si possono apprendere dal prezioso volume curato dal Paternò-Castello restano ancora interessanti, poiché conducono il lettore a luoghi inconsueti e distanti dall’immaginario moderno. L’itinerario proposto, partendo da Catania, via ferrovia, conduceva alla stazione di Leonforte, nei pressi del Dittaino; da qui, sei ore di buoni cavalli bastavano appena per giungere a Nicosia, poiché la stazione non era nemmeno ubicata nei pressi del paese di Leonforte ma distava più di un’ora. La campagna di quest’ultimo centro, prossima all’abitato, viene descritta e fotografata con piante sparse di ulivi, di viti e di mandorli, popolata di casette, con il paese che appare «tutto gaio e ridente, con le sue casette a proscenio, coi campanili delle sue chiese che emergono sui bassi tetti e col grandioso palazzo del principe».

Proseguendo nel tratto che conduce da Leonforte a Nicosia, gradevoli sono le immagini che inquadrano la vallata del Salso. Per Nicosia, antica colonia lombarda nel Medio Evo, patria di ventiquattro baroni in Età moderna, viene menzionato un «disagio economico, causato da mille circostanze, fra cui principalissime la fillossera e la mancanza assoluta di rapide comunicazioni»; l’esodo di migliaia di persone e l’abbandono anche di alcune ricche famiglie imprimono al paese un aspetto squallido e differente da quello che esso ebbe per tanti secoli prima. L’antico splendore di questa cittadina viene documentato, comunque, dalle notizie storiche riportate nel predetto volume e dalle diverse foto riguardanti le preziose opere d’arte presenti nelle due chiese principali: il duomo, dedicato a San Nicolò, e la chiesa di Santa Maria Maggiore.

La seconda tappa proposta è Sperlinga, piccolo centro abitato poco distante da Nicosia. Il paese viene descritto per la sua principale caratteristica: le grotte e gli ambienti ipogei, abitati dai contadini, realizzati ai piedi del castello. In questi luoghi, durante il periodo medievale, alcune vicende fecero sì che Sperlinga passasse alla storia attraverso il famoso detto Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit. Il paese, agli occhi del Paternò-Castello, si presenta «gramo e misero, composto da casuccie basse e nere, con viuzze anguste e malagevoli».

Per raggiungere Troina, penultima meta dell’itinerario proposto, bisogna passare per Cerami; da Nicosia vi sono quattro ore di carrozza attraverso un paesaggio brullo e solitario: «monti e monti a perdita d’occhio, senza fine, quale acuminato e sassoso, quale piatto coi fianchi coltivati, quale di composizione calcarea…alberi pochi, abitazioni ancora meno». L’abitato di Cerami si presenta come un «agglomerato di poche case, piccole e scure con viuzze erte e malagevoli» che si arrampicano fino in cima alla piazza dove sorge la chiesa madre. Il paese viene descritto come un abitato costituito da contadini e pastori che escono all’alba per ritornare al tramonto, anche se la domenica rimangono in paese e, dopo aver ascoltato la messa, vestiti dei loro abiti migliori, si radunano a gruppi in piazza, scambiando poche chiacchiere sull’annata ed il raccolto: «del resto lì tutto è pace e tranquillità».

Finalmente si giunge a Troina «lanciata, quasi nido d’aquila, su un altissimo picco, non lungi dalle estreme radici dell’Etna» le cui vie, che ad essa fan capo «non l’attaccan di fronte, chè sarebbe vano, ma tentan di giungervi a via di lunghi zig-zag o di gomiti e giravolte che allungano il cammino per lo meno del doppio». Suggestive ed interessanti le ipotesi riportate sulle origini del nome di questa cittadina divenuta famosa in età medievale sotto i normanni guidati dal conte Ruggero, mentre fanno da cornice le immagini sui due monasteri basiliani intitolati a San Michele Arcangelo, già fin da allora ridotti a rudere.

Le descrizioni della cittadina riguardano soprattutto il castello: «dove ora c’è il Duomo c’era in quei pressi il castello che sorgeva a 1120 metri sul livello del mare. Esso aveva tre torri e ne erano baluardo fortissime mura, aperte al tempo dei saraceni, in solo quattro punti: porta di Baglio, porta del Guardiano, porta di S. Nicolò e porta di Ram…niente sussiste più della fortezza, tranne pochi ruderi delle basi…e pensare che Troina, un agglomerato di poche case a quei tempi, ebbe per diversi anni l’onore di chiamarsi capitale!». L’autore non dimentica di fornire notizie anche su qualche avvenimento importante tenutosi, sempre, sotto i normanni, quale la venuta a Troina di papa Urbano II, il quale «dovendo conferire col Conte su alcune scissure sorte in seno alla Chiesa orientale, per la consacrazione del pane azimo, scelse appunto quella [Troina] per luogo di convegno, chiamandovi Ruggero, ch’era allora impegnato nell’assedio di Butera»; ed il pontefice, durante la sua dimora nella cittadina, celebrò la messa ricordata da un’iscrizione incisa nei gradini dell’altare che ancora oggi è possibile leggere presso l’oratorio del SS. Sacramento, posto sotto la Chiesa Madre. Infine, l’autore descrive i dintorni di Troina, i quali «furono nei passati secoli i luoghi classici degli eremiti. Nelle spelonche, tra le foreste, negli edifizi diruti o in qualche rustica capanna, s’appartavano dal mondo non pochi uomini e si davano alla meditazione e alla preghiera…e ben si comprende come la terra di Troina sia stata ferace d’eremiti. La contemplazione, la solitudine, lungi dalle seduzioni del mondo, la preghiera e la dedicazione completa a Dio, l’austerità e le privazioni più dure, solo là, su quell’alte montagne, fra quelle inospitali selve potevansi cercare e sicuramente trovare». 

Dalla lettura del volume emerge che alcune delle notizie riportate da Giovanni Paternò-Castello, in specifico nell’itinerario relativo a Troina, sono servite da supporto nella redazione di successivi lavori e pubblicazioni, sempre sulla storia e le tradizioni di Troina, da parte di altri autori, cultori di storia patria. 

Da Troina per far ritorno verso Catania, allora come oggi, vi sono solamente due percorsi, uno più lungo che rasenta Cesarò e continua per Randazzo; l’altro, più breve, per Grotta Fumata, fino ad Adernò. In questi tragitti il paesaggio è costituito da «montagne e montagne all’infinito, a perdita d’occhio. Picchi sassosi e brulli». Ai piedi dell’abitato di Adernò, parte finale dell’itinerario, viene menzionata una zona denominata Conca d’Adernò, descritta dall’autore come una vera terra promessa: «se v’è luogo in Sicilia dove maggiormente fiorisce l’arancio, dove il verde delle piante si conserva perenne e dove l’Etna nevoso si mostri in tutto il suo vetusto splendore è appunto questo». Il fiume Simeto, adagiato nella piana sottostante, in alcuni periodi dell’anno scorre placido, mentre tumultuoso in altri, il quale «ora lambisce luminose arene, ora si restringe in sassose sponde, ora tortuoso, gira una costa, ora rasenta increspato i muri d’una casa colonica, ma sempre il suo corso è apportatore di bene e di ricchezza». Il capitolo su Adernò è arricchito da alcune immagini riferite al Ponte dei Saraceni ed al maestoso Ponte-acquedotto Biscari.

Anni dopo, nel 1919, ad opera del Touring Club Italiano, viene pubblicata, tra le diverse guide d’Italia, quella relativa alla Sicilia, curata da Luigi Vittorio Bertarelli, industriale milanese, ma soprattutto pubblicista e scrittore, il quale nel 1894 fonda il Touring Club Ciclistico Italiano, chiamato più tardi Touring Club Italiano (T.C.I.).

In precedenza erano state date alle stampe, in due volumi, Piemonte – Lombardia – Canton Ticino (1914-15); sempre in due volumi, Liguria – Toscana Settentrionale – Emilia (1916); Sardegna (1917-18); ed, infine, Sicilia, volume unico distribuito gratuitamente ai soci Touring del 1919. La prima edizione raggiunse le 200 mila copie e, pur essendo priva di immagini, risulterà arricchita da 35 dettagliate carte geografiche, 13 piante di città e 10 piante di edifici; una lettura analitica e non ripetitiva che una guida moderna e originale ormai reclamava. Pertanto, bisognava attendere tale opuscolo per avere un quadro completo degli aspetti monumentali e paesaggistici presenti in ogni città, paesi ed ambiti isolani, in una visione d’insieme di una Sicilia potenzialmente ricca ma praticamente povera.

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Alla Sicilia, il Bertarelli, fervente animatore dei primi lustri del Touring Club Italiano, dedica un avvincente resoconto di viaggio, una delle testimonianze più vive della tarda letteratura romantica sull’Isola. Egli promuove con passione la conoscenza della Sicilia, illustrandone aspetti naturali e costumi; ed oltre alle caratteristiche fisiche (orografia, acque, flora, clima, ecc.), alla storia, al dialetto, alla demografia, all’emigrazione, alle attività produttive, al traffico commerciale e marittimo, vengono forniti dati interessanti sull’agricoltura, sul paesaggio e sull’organizzazione turistica. Importante documento, pertanto, che attesta alcune forme di paesaggio scomparse o trasformatesi; quel paesaggio il cui studio assumerà successivamente una importanza considerevole negli indirizzi e nelle politiche di gestione e pianificazione ambientale.

Attraverso l’uso di tale guida il visitatore poté scoprire una Sicilia suddivisa in due grandi zone: quella del latifondo, che occupava la parte interna ed una sezione della costa meridionale, e quella costiera relativa alla rimanente parte del territorio. La prima, contraddistinta da colture cerealicole e da pascoli, assieme ai boschi nelle zone più elevate; la seconda dominata, invece, dalle colture arboree quali agrumi, ulivo, viti e carrubo.

In tale periodo la superficie adibita alle produzioni agrarie risulta immensa, pari a più di 2 milioni e 400 mila ettari, cioè più del 94% della superficie totale, aliquota molto elevata se rapportata alla restante parte delle regioni d’Italia.

Tralasciando la descrizione dei seminativi, quali le colture cerealicole, specialmente frumento ed orzo, risulta possibile ammirare anche le distese pascolative dove sono presenti allevamenti consistenti: il più numeroso rimane quello ovino, seguito dal caprino, dagli equini (asini, muli, bardotti e cavalli) e dai bovini di razza modicana. Gli animali da trasporto sono ancora numerosi in relazione alla carenza di viabilità, mentre la pastorizia è gestita quasi esclusivamente con un sistema brado, ed anche l’industria casearia è assai arretrata, basata su metodi e strumenti primitivi.

Negli anni ’20 del Novecento, fra le colture arboree primeggia il vigneto, seguito dall’uliveto e dall’agrumeto, mentre è in fase di diffusione il mandorlo, sia in consociazione ai seminativi, sia in coltura specializzata. Le altre svariatissime colture legnose – quali per esempio il sommacco, il frassino da manna, il pistacchio, il carrubo ed il fico d’India – occupano una superficie molto esigua, rivestendo un’importanza locale. L’ulivo, diffuso specialmente nella costa tirrenica, con piante secolari e di grande sviluppo, viene meglio valorizzato a scapito del vigneto per via della fillossera; la ricostruzione, sia pure parziale, dei vigneti fillosserati divenne un’opera lunga, paziente e costosa, che segnò una pagina eroica nella storia della Sicilia agricola. L’altra fondamentale coltura, quella degli agrumi, viene descritta come la meglio curata ed in continua espansione; una specialità oggetto di un progresso tecnico ed agronomico è rappresentata dai cosiddetti verdelli, limoni ottenuti fuori stagione attraverso speciali pratiche irrigue, venduti nei mesi estivi ad un prezzo superiore alla media.

Il contrasto tra la zona costiera e quella interna viene evidenziato non solo dalla descrizione delle differenti colture, ma anche nella costituzione sociale. Nella zona costiera la proprietà si presenta più frammentata, i patti agrari sono più adeguati, le condizioni di vita dei contadini si rivelano migliori; la viabilità è più sviluppata, meno frequente l’analfabetismo nelle campagne. Il latifondo, invece, è caratterizzato da grandissime estensioni, poiché sono circa 780 possidenti che in questi anni detengono quasi un terzo della superficie isolana, su una popolazione di oltre 3 milioni e 500 mila abitanti. Il latifondo si presenta come una grossa superficie nella quale sorge la masseria con aggregate alcune misere capanne di paglia, i cosiddetti pagliai o, raramente, casette in muratura bicellulari, dove in un ambiente vive la famiglia coltivatrice e nell’altro l’animale da soma. Il proprietario, comunque, risiede raramente in campagna; di solito vive in massima parte in città, talvolta anche fuori dalla Sicilia, e la gestione dei beni fondiari viene affidata nel complesso agli affittuari ed ai gabellotti, col solo scopo di elevare la rendita, senza pensare ad intraprendere opere di miglioramento sugli stessi fondi agricoli.

Il Bertarelli, viaggiando a lungo per l’Italia, solitamente in bicicletta, raggiunge la Sicilia nella primavera del 1898; le strade sono le protagoniste di questo singolare viaggio, ed ogni paese ed ogni luogo da lui attraversato divengono oggetto di attente osservazioni, non trascurando di avventurarsi anche nell’entroterra.

Di seguito si riporta la descrizione dell’abitato di Troina, le cui notizie, soprattutto quelle di carattere storico, risentono ancora di alcuni schemi comuni caratteristici dei viaggiatori del secolo precedente:

«Dopo Cerami spicca, ad uno dei primi piani, Troina, sul mozzo culmine di un monte. La strada si fa più alpestre; nell’avvicinarsi a Troina la piccola città si delinea meglio, come una frangiatura delle rocce, dalle quali sorge e con le quali quasi si confonde. A sinistra, in distanza, si vede Cesarò. Troina, metri 1120, abitanti 10.574 (vitto e alloggio in qualche modo presso l’Albergo Stella), è aggrappata sui ripidissimi fianchi di un emergente cocuzzolo roccioso, di cui si lambe la parte più bassa, girandone il piede e lasciando la cittadella sulla sinistra. Nel giro si scorgono viuzze di povere case, costruite così a ridosso della roccia viva, che molte hanno in questa scavata una parte delle camere. Quest’elevatissimo belvedere (la parte alta è a 1120 metri) fu una delle prime conquiste normanne… nel 1063 Ruggero d’Altavilla con 300 Normanni e colla moglie Giuditta vi distrusse la popolazione ribelle e 5.000 Saraceni. Nella chiesa Matrice (S. Maria), posta in una povera pittoresca piazzetta, sono tracce dell’antica costruzione normanna, tra cui, nella facciata della rozza torre, tre bei finestroni. Vi sono belle pianete, piviali, un paliotto della fine del ‘500. Ma notevolissimo è il pastorale gotico smaltato e l’anello, doni del conte Ruggero. Probabilmente sono opere di argentieri cristiani, greci o bizantini, forse del 1000. Importante è un’Assunta di Giuseppe Velasquez. In più luoghi si scorgono avanzi di mura ciclopiche a massi poligonali o rettangolari lavorati, senza cementatura».

Proseguendo per Cesarò «si cammina vero l’Etna, che va divenendo man mano il motivo predominante del paesaggio. Dapprima è una discesa in un selvaggio vallone spoglio di ogni vegetazione, poi in terreno più aperto, fino a sprofondarsi al ponte sul fiume di Troina a metri 760 circa…questo tratto è particolarmente interessante. Per una serie di salite e controtendenze in terreni in parte argillosi, imbrigliati ai ponticelli della strada, si prosegue attraverso incolti verso Cesarò. L’Etna appare in tutta la sua maestà».

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Cartina tratta dalla Giuda d’Italia del T.C.I, Sicilia, edizione del 1919.

Attraverso la lettura delle descrizioni sopra riportate, chi sceglieva di visitare la Sicilia riusciva ad avere finalmente una visione d’insieme non più avventurosa e bucolica, ma legata alla realtà, anche se da ostacolo rimanevano, pure per gli anni a venire, la viabilità poco sviluppata e la carenza di alberghi e strutture ricettive, soprattutto nei centri minori.

Nicola Schillaci

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