Intervento di Fedez: alcune considerazioni generali

Durante il consueto concertone del 1° Maggio, in cui diversi artisti vengono ogni anno invitati ad esibirsi per celebrare la giornata della festa dei lavoratori, l’intervento di Federico Lucia – in arte Fedez – ha sollevato diversi interrogativi sulla libertà d’espressione degli artisti.

L’intervento che ha preceduto l’esibizione del rapper milanese – di cui tanto abbiamo letto oggi sulle pagine di tutti i social network – ha destato non poco scalpore tra l’opinione pubblica. Nel suo intervento, Fedez, si appella inizialmente al Presidente del Consiglio – Mario Draghi – per esortarlo non solo a prendere in considerazione una categoria, quella dello spettacolo, totalmente ignorata dalle istituzioni durante questo periodo di pandemia, ma anche ad un concreto svecchiamento delle leggi che regolano il mondo dello spettacolo, a suo dire ferme agli anni ’40. Subito dopo, però, il tema del suo intervento si sposta sulla difesa dei diritti civili e della persona, con attacchi aspri e diretti agli esponenti del partito leghista – i quali si sono caldamente opposti ad una calendarizzazione del DDL Zan, avvenuto nei giorni scorsi. Il rapper non si tira indietro quando è il momento di riportare alcuni estratti delle loro affermazioni con tanto di nomi e cognomi.

Al di là di quanto espresso dal cantante, ciò che ha destato più scandalo  è stata la sua dichiarazione introduttiva in cui denunciava di aver dovuto lottare con i vertici della rete radiotelevisiva Rai3 affinché il suo discorso venisse approvato, in quanto considerato inopportuno e fuori luogo. Sebbene la Rai abbia successivamente smentito di aver imposto limitazioni all’artista, questi ha reso pubblica – seppur non integralmente – la telefonata con l’emittente televisiva, dalla quale si evincono alcune importanti affermazione, tra cui: “Deve adeguarsi al sistema”.

Ma, se ci soffermiamo a pensare a quale “sistema” sia conveniente adeguarsi, in un Stato regolato da una bellissima – quanto abusata Costituzione – non possiamo esimerci dalla lettura dell’Articolo 21, che esprime in modo cristallino l’argomento. Si legge, infatti: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. L’inclusività insita in queste poche parole non lascia adito a malintesi di alcuna sorta: la manifestazione del pensiero viene riconosciuta a tutti come un diritto, ed è affermato che essa è veicolabile con ogni mezzo di diffusione (nell’articolo si fa chiaro riferimento a quelli più utilizzati – la parola e lo scritto – con la lungimiranza propria dei nostri Padri Costituenti di lasciare le porte aperte anche ai nuovi mezzi di trasmissione).
Nessuno a parole rinnegherebbe una diritto così inalienabile, ma nei fatti è soggetta ad un continuo, sottile ed incessante tentativo di controllo da parte di chi fa informazione. Sarebbe superfluo aggiungere, forse, che tutto questo mina il pluralismo ideologico, cardine di una società democratica aperta al confronto dialettico tra parti avverse.

Nella parte finale dell’articolo si legge, inoltre:  “Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.
Si evince chiaramente che anche la libertà di espressione, nelle sue articolazioni, ha delle limitazioni che non possono essere oltrepassate. Il buon costume, pressappoco inteso quale  “comune senso del pudore”, è il maggior limite che si impone soprattutto – secondo la giurisprudenza – al fine di proteggere il pudore sessuale dei minori.
Una qualunque considerazione – utile a valutare le affermazioni del rapper milanese – dovrebbe poggiare su fondamenta che contemplino, per tutti gli individui, ma maggiormente per i minori, fulgide stelle del nostro futuro, la possibilità di non considerare l’uguaglianza come un’offesa al pudore sessuale. Altrimenti sarebbero giustificati tutte le manifestazioni di discriminazione, che diverrebbero la base per ogni tipo di valutazione. Con tutte le polemiche del caso – la collaborazione di Fedez con Amazon, la pubblicità occulta attraverso il cappellino, le strategie messe in campo per aumentare i consensi su sé stesso – possiamo  considerare il suo discorso contrario al buon costume, unica limitazione alla libertà di espressione? L’uguaglianza di tutti gli individui, la tutela di tutti i cittadini di uno Stato è così distante, concettualmente parlando, da una giornata come quella dell’1 Maggio? Dobbiamo considerare l’azione della Rai contraria all’Art. 21 della nostra Costituzione?
“Ai posteri l’ardua sentenza”.

Redazione 94018.it/archivio

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