I pagghiara a Troina: in onore di S. Antonio Abate

Il 17 gennaio si ricorda S. Antonio abate e a Troina è tradizione accendere dei fuochi o falò – “ i Pagghiara” – la sera del 16 che è poi la veglia di sant’Antonio Abate. «… In questi giorni ci siamo riuniti con alcuni compagni e abbiamo raccolto la legna per preparare u pagghjaru.» (Ricordi di infanzia). Questa raccolta è chiamata questua della legna. Anticamente si raccoglieva al suono della campanella per le vie del paese.I pagghjara di ieri si preparavano nei quartieri più popolosi: S. Basilio (chianu di santa Caterina), S. Lucia (chianu di santa Lucia), S. Procopio (chianu di santu Cruopu), Borgo (Piazza Garibaldi e zona dello Spirito Santo), S. Rocco, al Corso (vicino i ruderi della Catena).In quest’ultimi anni, grazie all’organizzazione della omonima Confraternita si è ripresa la tradizione e i pagghiara si sono raddoppiati: S. Antonino, Mulino a Vento, S. Michele, Rusuni, S. Rocco, Via Regalbuto, Via Nicosia, Via Gagliano, ed in altri angoli della Città e contrade.S. Antonio Abate visse sulle rive del Nilo fino all’età di 20 anni. Rimasto orfano, sentì il richiamo della chiamata di Dio. Vendette tutto e il ricavato lo donò ai poveri. Si rifugiò nel deserto. La sua prima abitazione di penitenza fu una celletta e poi una tomba egizia. La sua spiritualità suscitò movimenti grandi nei secoli dei primi cristiani. Fu il santo delle tentazioni, e il diavolo le apparve sotto tutte forme e le apparenze: angeliche e bestiali.Fu invocato per la salute del corpo “il fuoco di sant’Antonio”. Nelle campagne gli fu affidata la protezione degli animali domestici; nelle immaginette è rappresentato con tanti animali, un porcellino roseo come simbolo di salute e benessere. In tutte le stalle sono ancora presenti la sua immagine in atto di benedire gli animali e proteggerli, ai quali in questo giorno era impartita la benedizione sul sagrato della chiesa di S. Caterina.Il fuoco possiede la proprietà di purificare bruciando. Esso annulla e distrugge il male, e tra l’altro è in grado di cancellare ogni minimo residuo corporeo e di altri esseri demoniaci purifica le colpe commesse.“U pagghiaru” si accendeva perché il fuoco scacciava e allontanava gli spiriti maligni e ingannare il diavolo a sottrarle alcune anime. Un’altra rappresenta la protezione dei contadini dalla mala annata La festa si svolge fra il 16 e il 17 gennaio, avendo il giorno 16 tutti i caratteri di una vigilia. La componente di maggiore evidenza era la permanenza degli usi di questua, gestita da gruppi di giovani che si spostavano di casa in casa al suono dei un campanaccio cantando e ricevendo legna da ardere. La questua era accompagnata da canti molto ridotti nella durata e nei contenuti. In origine comportava una prestazione spettacolare, e cioè una rappresentazione sacra, e spesso affrettata e ridotta all’essenziale, del conflitto fra il santo e di demonio. Tale rappresentazione si svolgeva anche, al di fuori dell’uso di questua, in forma di vero e proprio spettacolo ai fedeli. Uno degli epiteti attraverso il quale il santo è meglio noto e individuato nella cultura popolare fa riferimento al porco. L’epiteto si riflette notoriamente nell’iconografia che presenta un maiale, con o senza altri animali (galline, pecore) ai piedi del santo. … «Ricorda qualche contadino che, in occasione della fiera di luglio, prima ampiamente diffusa e adesso non più presente, ai contadini si distribuivano biade e quanto altro: fave, avena, orzo fieno ecc. che va a finire nello stomaco del cavallo, della mula, del somaro, del maiale, della pecora, della capra, e di tutti gli animali domestici, affinché sant’Antonio scampi questi animali dalle disgrazie. Fino a poco tempo fa nella chiesetta di santa Caterina, i contadini facevano benedire fave, avena, orzo, fieno, paglia ecc. per darle in pasto agli animali.» L’accensione dei fuochi in occasione della festa richiama sicuramente i riti del solstizio d’inverno, che sono trasferiti, in alcune regioni, nel periodo di carnevale e che sono la duplicazione invernale dell’accensione dei fuochi di san Giovanni, propri del solstizio d’estate. La tipologia del rito di accensione dei fuochi invernali di sant’Antonio è ricca, poiché esprime insieme la funzione lustratoria attribuita al fuoco, gli effetti apotropaici dell’allontanamento delle streghe, delle influenze invernali, dei morti, delle malattie. Altra forma cultuale devozionale è l’uso di affiggere all’interno delle stalle le immagini del santo nella forma iconografica che lo presenta fra gli animali e con il fuoco in una mano. Allo stesso santo sono affidati gli animali di stalla nei momenti di crisi.

Basilio Arona /archivio

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