Femminicidi: fattore emergenziale o strutturale della nostra società?

La Sicilia nell’ultimo anno si è trasformata in un mattatoio di donne:  Sandra Milena Garcia Rios, uccisa a 42 anni con una coltellata; Alessandra Mollica, 14 anni, trovata impiccata insieme alla madre; Piera Napoli, 32 anni, uccisa con quaranta coltellate dal marito;  Roberta Siragusa, bruciata e gettata in un dirupo dal fidanzato dopo una lite; Lucia Marino, 56 anni; Angelica Cocchiara, casalinga di 75 anni, morta per mano del marito che le ha inferto un colpo di pistola alla testa; Vanessa Zappalà, 26 anni, è stata uccisa dal fidanzato con sette colpi di pistola in mezzo alla folla del lungo mare di Acitrezza; Ada Rotini, 46 anni,  è stata assassinata dal marito per aver scelto di chiudere definitivamente il loro matrimonio.

A coniare il termine “femminicidio” fu l’antropologa Marcela Lagarde in seguito all’assassinio  e alla violenza esercitate su 4500 donne al confine tra Messico e Stati Uniti nel 1992. Lagarde definisce tale fenomeno come “ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all’integrità, allo  sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, al fine di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori”.

Il fenomeno della violenza di genere – che assume differenti forme pervasive e penetranti di coercizione, sebbene l’unica che rimanga indelebile nell’immaginario comune sia esclusivamente la violenza fisica – trae la sua linfa da un assetto societario profondamente sbilanciato tra i generi. La primazia pubblica e privata dell’uomo è storicamente evidente e, se si considera soltanto la situazione italiana dell’ultimo secolo, si evince che la donna è stata ritenuta incapace di gestire il proprio patrimonio autonomamente, incapace di votare fino al 1946, impossibilitata a giudicare fino al 1965, inesistente come persona violata fino al 1996 (lo stupro era un reato contro la morale pubblica e non contro la persona fino a tale data). In questo contesto s’inscrive sovente la tendenza a creare “il mostro”, ad inquadrare gli agiti violenti degli uomini abusanti e maltrattanti quale frutto di psicopatologia o di “raptus”.  “Un brav’uomo che ha perso la testa” risulta essere, infatti, una definizione tranquillizzante e deresponsabilizzante che non tiene conto, invece, di un retaggio culturale stantìo che, insito e incistato nella mentalità del maltrattante, gli impedisce di accettare l’autodeterminazione della donna e, di conseguenza, la perdita di controllo su di essa.
In questo quadro si colloca anche la tendenza al victim blaming, la colpevolizzazione della donna e quindi l’attribuzione ad essa di una parziale colpa – con il conseguente offuscamento dell’atto di violenza –  che fornisce un poderoso assist alla cultura dello stupro.  L’ipotesi delle “donne esasperanti” della Palombelli, durante la puntata dello Sportello di Forum, è solo l’esempio più recente di una mentalità che in modo latente è incline a giustificare la violenza. No, «non è lecito chiedersi se una donna abbia meritato di morire per mano di un uomo» (Laura Boldrini). In Italia in media avviene un femminicidio ogni 72 ore, secondo i dati forniti da Eures a ottobre del 2018. Un tale scenario ha richiesto un intervento maggiormente incisivo: la Legge n. 69 del 2019, infatti, ha inasprito le pene per chi si macchia dei reati di violenza domestica e di genere con l’introduzione di quattro nuovi delitti: il primo è il delitto di deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (nuovo art. 583-quinquies c.p.), punito con la reclusione da 8 a 14 anni; il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (c.d. Revenge porn, inserito all’art. 612-ter c.p. dopo il delitto di stalking), punito con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro; il delitto di costrizione o induzione al matrimonio (art. 558-bis c.p.), punito con la reclusione da 1 a 5 anni e, infine, il delitto di violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (art. 387-bis), punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.

Nonostante l’importanza di una siffatta azione legislativa, tuttavia, rimane totalmente scoperto un aspetto della società, quello culturale, decisamente molto più problematico perché aperto al cambiamento solo in virtù di una lenta e radicale presa di coscienza, capace però – se innescata – di sovvertire lo status quo in profondità. Una rivoluzione culturale in tal senso prenderebbe avvio dalle istituzioni scolastiche, si nutrirebbe della cooperazione tra esse e i nuclei familiari, metterebbe in discussione anche, e soprattutto, tra gli adulti certezze ritenute incrollabili e, dunque, potrebbe condurre lentamente alla disgregazione di un fenomeno strutturale – e non emergenziale – della società.

CONCITA CARMENI

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