Febbraio 1898: i contadini di Troina in rivolta. Una ricostruzione storica di quei fatti

Un evento tra i più importanti della storia ottocentesca di Troina è stato senz’altro quello della rivolta contadina del 18 Febbraio del 1898.
La rivolta di Troina consistette in un corteo animato da centinaia di contadine e contadini che, attraversando le vie del paese, lamentavano lo stato di vera e propria carestia e fame in cui versavano, provocato dalla crisi generale dell’economia agricola, in particolare della produzione del grano.
Il corteo, nel tentativo di raggiungere il palazzo municipale, venne fermato ferocemente dalle forze dell’ordine che non esitarono a sparare sui partecipanti, facendo otto vittime e numerosi feriti.
Quella giornata di rivolta, che trovò un’eco in tutta l’isola, assieme alle agitazioni contadine di Modica che seguirono di qualche settimana, fecero da preludio ad un susseguirsi continuo di proteste e sommosse delle classi popolari, non solo in Sicilia, ma in tutta Italia, che culminarono nei più noti moti milanesi del maggio ‘89.
È senz’altro vero che la necessità imminente spinse donne e uomini delle campagne all’azione, facendo accantonare loro la tradizionale mansuetudine e la silenziosa pazienza, che era dei contadini in genere e di quelli troinesi in particolari, ma è difficile non scorgere in quella rivolta il ripudio ad una lunga stagione di rassegnazione. Infatti, l’arroganza dei potenti proprietari terrieri che, garantiti e spalleggiati dai governanti locali del tempo, avevano reso sempre più misere e disumane le condizioni di vita dei contadini nelle campagne.
Tra le fonti significative si questo periodo si segnala quella dell’avvocato Felice La Spada, una memoria legale del 1876 in difesa delle “Ragioni del signor Gaetano Filangieri, principe di Satriano, e consorte, contro il Comune di Troina”. La memoria legale tratteggia la vicenda del principe di Satriano che, chiamato in causa dal comune di Troina nel 1873, difende tramite il suo legale i suoi ereditati diritti promiscui su un terzo delle foreste di Troina. La citazione in giudizio del Comune tende ad ottenere principalmente il disconoscimento dei titoli di feudalità del principe di Satriano sopra i boschi di Troina e quindi a ritenere essi demanio universale del Comune. L’avvocato La Spada si prodiga nella difesa a favore del principe di Satriano, con argomenti storico-giuridici, offrendo alla valutazione dei giudici titoli attestanti le prerogative del suo illustre cliente, come risalenti ad una regalia dell’anno 1325 di re Federico II d’Aragona ai suoi antenati.
La memoria legale, quindi, ricostruisce nel secolo i complicati e legittimi passaggi di proprietà, ma l’argomento principale e decisivo della memoria legale è il ritardo e l’insipienza con cui gli amministratori del Comune di Troina chiedono di riavere la proprietà di quella originaria proprietà boschiva, che costituiva una preziosa risorsa, per ii lavoro e la vita dei contadini troinesi del tempo. Afferma, infatti, con sicumera e sprezzo, l’avvocato La Spada, nella sua memoria: “il 22 dicembre 1873 il Comune di Troina si svegliava dal suo sonno. E per mezzo del suo sindaco spingeva citazione al principe di Satriano per lo scioglimento dei diritti promiscui sulle foreste di Troina”. In questo ‘risvegliarsi’ del Comune di Troina c’è, largamente, la prova della superficialità e del pressapochismo con cui veniva amministrata la cosa pubblica. La debolezza amministrativa della Troina dell’ottocento emerge con chiarezza, nella sua difficoltà a difendere un bene comune, il bosco, essenziale per la stessa sussistenza dei contadini, contro le pretese nobiliari.
Da secoli, peraltro, il bosco era stato teatro di un conflitto aspro tra baroni e contadini, come riconosce e ricostruisce lo stesso avvocato la Spada: “I baroni delle foreste, nella debolezza del Governo ardimentosi, e forti del compro presidio di sgherri mercenari, si adopravano colle armi e colle insidie, nonché a diminuire, ma a distruggere affatto l’esercizio degli usi civici ed i popolani all’incontro stretti dalle necessità della vita, nella giustizia della propria causa fidenti, l’estremo di loro forze opponevano a mantenere in tutto il loro godimento, e qualche volta di propizie occorrenze ad estenderlo, e dilatarlo”.
L’avvocato La Spada vinse probabilmente la sua causa e il principe di Satriano continuò a esercitare i suoi diritti sulla parte di bosco di Troina come avevano fatto i suoi nobili antenati.
E nel prosieguo degli anni, negli ultimi decenni dell’ 800, la vita nelle campagne e la situazione dei contadini di Troina, non migliorò di certo, con l’ascesa di una classe borghese (arricchitasi con la messa in vendita dei beni ecclesiastici) ancora più sprezzante e brutale nei loro confronti, di quella aristocratica, tanto da far pensare che ai Gattopardi s’erano veramente sostituite le iene (come fa dire Tomasi di Lampedusa al protagonista del suo celeberrimo romanzo).
Una microstoria significativa emerge da un’altra memoria legale, relativa al processo Fisicaro, del 1888: “Angelo e Silvestro, padre e figlio Fisicaro, onesti ed agiati massari di quel di Troina, sono imputati di omicidio volontario per replicate percosse brutali, irrogate nella persona del loro garzonetto di campagna Vito Nocito, undicenne, il quale infra 24 ore del 23 luglio p.p. cessava di vivere”.Gli avvocati dei Fisicaro cercano tra i vizi di forma nelle procedure di incriminazione e arresto dei loro clienti, la maniera di scarcerarli e con grande difficoltà adducono ragioni in difesa della loro innocenza, mentre evidente risulta, dalla loro stessa memoria, quanto è accaduto al “garzonetto” Nocito di appena 11 anni, già dall’esito dell’autopsia fatta dal medico troinese Natale Monastra, che si trova di fronte ad “un cadavere annerito nella faccia, nel petto e con la schiena e le mani penzoloni, come se le articolazioni fossero rotte; la testa in uguale stato, come se fossero spezzate le vertebre cervicali, la lingua stretta tra i denti, e sporgente” . La versione dei Fisicaro è che il piccolo Nocito è morto a causa di una febbre ed è stato da loro due, padre e figlio, con estrema premura portato in camposanto per una degna sepoltura. Se percosse vi sono state, queste sono state date a corpo morto, e chissà da chi, sostengono i Fisicaro. Così si dice nella memoria legale. Fatto sta che, sempre secondo il racconto che ne se fa nella memoria legale, i carabinieri arrestano i Fisicaro, dopo le testimonianze di alcuni contadini al loro servizio (Carmelo L’Episcopo, Antonino La Rocca, Giuseppe Trovato Cartafausa e Silvestro Chiovetta) che dichiarano di aver visto i due Fisicaro percuotere con le mani e con il bastone, sulla schiena e altrove, il piccolo Nocito, che cadeva a terra e in seguito moriva.
Ciononostante, la tesi (che in verità appare debolissima) che viene infine ribadita dai difensori è che le percosse subite dal piccolo Nocito gli siano state date a corpo morto, dopo essere deceduto a causa della febbre, nonostante l’esito dell’autopsia, riportato nelle stessa memoria legale, la escluda, sia nella versione del medico Monastra (confermata da due altri medici di Troina, il dott. Pettinato e il dott. Giuliano) che in quella degli stessi periti di parte dei Fisicaro. E, ancora, gli avvocati, a difesa dei Fisicaro, adducono un successivo ripensamento di alcuni testimoni, che ritrattano la loro iniziale deposizione che incolpava gli accusati e una dichiarazione del padre del piccolo Nocito che aveva detto che i ‘padroni’, i Fisicaro, si erano sempre comportati benevolmente nei confronti del figlio. Atteggiamenti omertosi, questi, ‘normali’ e comprensibili, in un clima di rapporti feudali , dominante non certo solo a Troina, ma nella Sicilia intera, e che bene descrivono Franchetti e Sonnino nella loro famosa inchiesta: “Nelle relazioni tra il contadino e il proprietario, o in genere tra il contadino e il cosiddetto galantuomo, ossia la persona civile, molto è rimasto dei costumi feudali. Il contadino, dichiarato cittadino dalla legge, rimase servo ed oppresso; la posizione del proprietario di fronte al contadino restò quella del feudatario di fronte al vassallo”.
A qualunque conclusione sia poi giunto il giudice, un fatto emerge incontrovertibile: un ragazzo di 11 anni lavorava come una bestia nei campi, nel 1888. Già questo era un delitto, sociale e politico; il frutto amaro e tragico di una mentalità che consacrava la ‘roba’ a fine ultimo dell’esistenza e del riconoscimento sociale; che sostituiva la realtà con l’alienazione e l’umanità con la proprietà.
Non è tanto importante, quindi, nella vicenda dei Fisicaro, conoscere l’esito processuale, per darne una valutazione, poiché emerge con chiarezza la verità storica sulle condizione di vita dei contadini nelle campagne siciliane. E la realtà storica ed effettuale è che i contadini vivevano ancora, sul finire dell’800, in una condizione di mera sussistenza, di abbrutimento fisico e di servilismo feudale.
La dimostrazione contadina del 18 Febbraio del 1898 fu un disperato tentativo di porvi fine.

Silvestro Livolsi

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