Brigantaggio siciliano del 1894. Le crude immagini del fotografo troinese Russo

Portano la firma di un troinese, G. Russo, le foto dell’eccidio di Cesarò, del 1894, che documentarono, per immagini, uno degli episodi più cruenti e sanguinari del brigantaggio siciliano di fine ottocento e che sono diventate, nel tempo, fotografie tra le più iconiche ed emblematiche del complesso fenomeno del banditismo che caratterizzò la storia isolana post-unitaria.

Le vittime di quell’eccidio, fotografate dal troinese G. Russo, appartenevano alla banda Maurina (così chiamata perché s’era formata a San Mauro Castelverde, in provincia di Palermo) capeggiata da Melchiorre Candino. Quella di Candino era una delle due bande che avevano la comune origine nel paese di San Mauro Castelverde; ve n’era infatti un’altra, a capo della quale vi erano Vincenzo Rocca e Angelo Rinaldi. Sull’eccezionale potere criminale delle due bande offre nutrite informazioni e argomentate analisi un libro di Giovanni Nicolosi (che è uno dei più approfonditi studiosi del fenomeno del banditismo siciliano) che ha per titolo “La Sicilia dell’ottocento prigioniera dei briganti maurini” (Vittorietti edizioni, Palermo 2013, pagg. 228 € 15,00).

Nicolosi ricostruisce la storia delle due bande maurine che hanno operato in un’area estesa della Sicilia, nel territorio di ben tre province, Palermo, Messina ed Enna, in paesi, campagne e contrade delle Madonie e dei Nebrodi, le due catene montuose più suggestive dell’Isola, facendo dei boschi e delle loro fitte vegetazione il loro introvabile rifugio e cercando di costruire di loro stessi – alla maniera di nuovi Robin Hood – l’immagine di briganti che rubavano ai ricchi e aiutavano i poveri. Azione comune delle due bande fu infatti quella dei sequestri di nobili e di proprietari terrieri ai fini della riscossione del riscatto: il rapimento più famoso, ad opera della banda di Candino, fu quello del barone Spitaleri di Adrano, per il rilascio del quale, il brigante ricevette un compenso, per i tempi, stratosferico; bersagli e vittime di taglieggiamenti furono anche parecchi nobili della provincia di Enna: il barone Varisano di Enna, il barone Salamone di Nicosia, il conte Bonsignore di Leonforte. Delle bande maurine, Nicolosi, nel suo lavoro di ricerca, racconta la nascita, la vita dei capi e dei gregari, le azioni criminose di cui si fecero carico, il terrore che seminarono – non avendo riguardo neanche per i parenti sospettati di tradimento –, il potere che esercitarono e la fine violenta a cui andarono incontro: uccisi in uno scontro a fuoco con i carabinieri, capi e membri della banda Rocca e Rinaldi; decimata dai fratelli Leanza di Cesarò, campieri e malavitosi anch’essi, ma esponenti di una banda rivale, la banda Candino.

Il 29 Luglio 1894, infatti, a Cesarò, nel feudo Sollazzo, per mano dei Leanza, in seguito ad un’aggrovigliata vicenda di reciproci tradimenti e di antiche rivalità criminali, vengono ferocemente uccisi sei briganti della banda Candino: Ortolano, Giaconia, Pupillo, Patti, Cavoli e un altro brigante al loro seguito, mai identificato; mentre, sempre in quel drammatico frangente, riescono a fuggire alla morte il capo-banda Candino e i briganti Leonarda e Botindari. Ma l’evento segna comunque la fine della banda, le gesta della quale rimarranno nella storia e nelle numerose leggende popolari a cui diedero vita.

 

 

E a documentare quella strage, quell’ eliminazione violenta dei componenti più importanti della banda di Candino ad opera dei Leanza di Cesarò, oltre ai numerosi articoli che tutta la stampa nazionale vi dedicò, riportando il fatto di cronaca e dandovi speciale rilievo, vi furono anche le foto, scattate ai cadaveri dei briganti uccisi, da G. Russo, prontamente pubblicate, a corredo di ampi servizi sul fatto, da due noti periodici dell’epoca: “L’Illustrazione popolare” e “L’Illustrazione Italiana”.

 

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Ma di questo fotografo troinese, purtroppo non si conosce altro se non il nome riportato nella didascalia dei suoi scatti.

Di certo c’è che le sue foto vennero ritenute interessanti e pregevoli (oltre che importanti da un punto di visto storico-documentario) e lo dimostra tra l’altro il fatto che delle stampe originali di quelle sei foto scattate da Russo di Troina ai sei briganti uccisi, ne fu a lungo possessore lo scrittore Leonardo Sciascia, che poi, alla fine degli anni ’80 del ‘900, le regalò al fotografo-editore Enzo Sellerio. Con quelle sei foto divenute di proprietà di Sellerio, successivamente, il prestigioso Museo etno-antropologico “Giuseppe Pitrè” di Palermo, ha realizzato un fotomontaggio, ovale, che le riunisce e le offre in mostra permanente nelle sue sale espositive.

 

Silvestro Livolsi 

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